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Venerdì Santo di Fausto Maria Martini

venerdì santo

«La poesia è sentirsi morire», affermava Martini in Si sbarca a New York, un anno prima di morire, teorizzando così l’identificazione della poesia tanto con la vita, quanto con la morte. Martini  immaginava questa come risposta dell’amico Corazzini alla sua domanda:

«Sergio, che cos’è la poesia? È questo sconfinato amore del mondo e della vita? È questo tremore di esser vivi onde siamo malati a vent’anni?»

Fausto Maria Martini, nato a Roma il 18 agosto 1886  e morto nella stessa città il 22 settembre 1931, è stato un poeta, drammaturgo e critico letterario italiano, della scuola crepuscolare romana dei primi decenni del Novecento. 

La prima raccolta di versi del poeta, Le piccole morte (1906) riflette ancora le suggestioni pascoliane e carducciane dei suoi studi liceali. Già nella prova successiva, Panem nostrum (1907), nonostante il chiaro modello dannunziano, emerge la futura adesione alle tematiche del crepuscolarismo, alle aspirazioni e alle delusioni tardo-romantiche del cenacolo di Sergio Corazzini.

Simili motivi, con qualche concessione alla retorica, ma con sinceri accenti malinconici nei suoi esiti migliori, è facile riscontrare non solo nella successiva raccolta Poesie provinciali (1910), ma anche nelle opere narrative e teatrali: tenui atmosfere, apprensioni, spiritualità conflittuale e una mestizia di fondo, che a volte si carica di toni drammatici, come in Verginità (1920) e nel Fiore sotto gli occhi (1922), opere che rinviano all’esperienza traumatica della guerra.

Ma veniamo alla poesia Venerdì Santo.

 Nulla, credi, è più dolce per i nostri
occhi di questo giorno senza sole,
con i monti velati di viole
perché la primavera non si mostri:::
Venerdì Santo! E ieri sera tu
ti rimendavi quest’abito, tutto
grigio, un abito come a mezzo lutto
per la morte del povero Gesù…
Traevi dalla tua cassa di noce
qualche grigio merletto secolare:
così vestita, accoglierà l’altare
la buona amante con le mani in croce…
Prega per me, prega per te, pel nostro amore,
per nostra cristiana tenerezza,
per la casa malata di tristezza,
e per il grigio Venerdì che muore:
Venerdì Santo, entrato in agonia,
non ha la sua campana che lo pianga…
come un mendico, cui nulla rimanga,
rassegnato si muore sulla via…
Prega, e ricorda nella tua preghiera
tutte le cose che ci lasceranno:
anche il ramo d’olivo che l’altr’anno
ci donò, per la Pasqua, Primavera.
Quante volte l’olivo benedetto
vide noi moribondi nel piacere,
e vide le nostre due anime, in nere
vesti, per noi pregare a capo al letto!
E pregavamo, come se morisse
qualcuno: un poco, sempre, morivamo:
Ma sempre sull’aurora nuova, il ramo
d’olivo i liei amanti benedisse!
Ora col nuovo tu lo cambierai:
anche devi pregare per gli specchi
velati, per i libri, per i vecchi
abiti che tu più non vestirai…
E’ sera: un riso labile si perde
sulle tue labbra, mentre t’inginocchi:
io guardo, dietro la veletta, gli occhi…
due perle nere in una rete verde.

Anche la donna cannone ha i suoi complessi

Giulia Giu

#PensaSergio

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