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Narrativa

Storia complicata

Camminava lungo la strada che costeggiava il mare alla sua destra. Puntava verso sud con lo sguardo sperando di trovare una qualche risposta. Nessuno aveva mai confidato ad altri che proprio in quella direzione si sarebbero potute trovare delle risposte o quantomeno degli indizi utili per ottenerne quindi, anche se qualcosa dentro di lei la dirigeva lì, tutto era affidato alla sensazione del momento. Avrebbe voluto prendere il sole e spostarlo davanti a sé per trasformare l’ovest, forse per un puro capriccio o forse per sentirsi finalmente capace di credere nelle cose impossibili.
Ma il sud rimaneva sud e l’ovest accoglieva il sole per mostrare il tramonto in quella direzione. Camminare era stata la scelta giusta. Un netto contrasto con il pensiero assillante di non averne compiuta una altrettanto giusta nella vita. Camminare era un modo per confermare la capacità di respirare, per sentirla totalmente nello scorrere del sangue pompato dal cuore impegnato a combattere con grovigli di sentimenti arrotolati, molti dei quali lasciati lì ad arruffarsi ogni volta in cui lui non l’aveva ascoltata o aveva rimandato a più tardi qualcosa che era invece importante guardare adesso. Se non si respira si muore. Non ci sono altre scuse e non ce ne possono essere. E anche l’anima respira.
Si fermò un istante a guardare il mare giù in basso che picchiava gli scogli con la sua cadenza. Anche il mare stava respirando. Il movimento non era poi così diverso dal su e giù di una cassa toracica che si riempie d’aria e poi si svuota con la sua cadenza.
Certo, ad ognuno il suo ritmo, ma il respirare è solo un movimento in fondo. L’essenza che ne nutre la base è puro movimento e se manca questo movimento manca tutto. Se la vita stessa non respira si rattrappisce nel suo fermo immagine e l’anima se ne va in apnea.
La cosa complicata è che non ci si accorge quasi mai di questa assenza di movimento, di questa assenza di respiro. Perfino un dialogo, in essenza, è fatto del movimento ritmato di parlare e ascoltare. Come l’andirivieni delle onde. Come ciò che c’è e che non c’è.
Guardando le onde le sembrò facile pensare che tutto fosse frutto di una qualche mistica tipologia di respiro.
Si concesse di appoggiarsi alla spalletta di pietra. Il profumo del mare era speciale anche in inverno. Pensare tanto forse era un difetto ma in certi momenti era l’unica cosa che poteva aiutarla a districare i pensieri che nascevano, e si accumulavano, entro quel groviglio già troppo pieno dentro al suo cuore. E pensare tanto la teneva sveglia. Non è che pensare così le portasse via il sonno, non sempre almeno, lei era sveglia di giorno più di quanto avrebbe creduto esserlo e questo le impediva di assuefarsi e di lasciarsi trasportare dalla corrente o sulla scia di qualcosa che era passato prima di lei.
Non ce la faceva a chiudere gli occhi. Non più. Eppure ciò che aveva lo sapeva bene cos’era. Era il vuoto che tanti sanno abilmente creare e poi condividere con la persona che hanno accanto. Adesso, però, questo vuoto lo sentiva e non ci si trovava più a suo agio. Nuotarci non era piacevole, come nuotare laggiù fra le onde, e il vuoto non è neppure un abito da indossare.
Il fatto che il vuoto dia l’impressione di essere uno spazio ampio non dovrebbe indurre a credere che sia comodo.
Solo il vuoto che accompagna il silenzio mentale per la meditazione è uno stato dove si può sperimentare se stessi. Questo è l’unico vuoto utile tollerabile. Il vuoto che crea una persona con la sua indifferenza e disattenzione, che te lo cuce addosso senza rendersi conto di stare pungendoti non è merce gradita.
Entro questo vuoto, tu che ci sei dentro, non sperimenti te stesso perché sei troppo impegnato a non sentirti male per il dispiacere che provi. E il cuore se ne accorge. Eccome.
Il vento freddo, appena stemperato in qualche raggio di sole di metà febbraio, le arrivò addosso. Chiuse gli occhi per respirare fino in fondo, fin nel possibile della sua integrità di donna. Con tutte le sue paure, le sue ambizioni, i suoi desideri da colorare con i colori dei sogni, con tutte le sue debolezze e la sua infinita voglia di dolcezza. La dolcezza che scioglie anche i nodi più dispettosi e nascosti e ti riconcilia con le giornate dure, talvolta aride come campi di battaglia vissuti e poi abbandonati. La dolcezza che desidera una donna dal suo uomo, nulla di più banale eppure forse tra i doni più difficili da ottenere. Perché la dolcezza scende dal cuore e se è vera e sincera è una forza incredibile che ha in sé un sapore che non stucca mai.
Sfiorare così, con il pensiero, il luogo seminascosto dove permetteva al suo desiderio di dolcezza di starsene ad aspettare le carezze che non c’erano, le colpì lo stomaco come se l’eco di un pugno le risuonasse proprio lì.
L’analisi della delusione partiva da quello stesso punto dolente e spiccava il volo, saliva in alto fino a toccare vette di rabbia e poi cadeva giù in picchiata avvitandosi senza tregua attorno al vuoto e dentro di esso. La dolcezza non c’era, non era prevista, non la si metteva in conto ma si andava avanti ugualmente.
Solo che quella non era una ricetta da sperimentare accontentandosi di utilizzare unicamente gli ingredienti a disposizione, modificandola senza pericolo, nello stare insieme ogni singolo ingrediente è fondamentale per la riuscita della sperimentazione.
Se ci si accontenta, la ricetta non è più la stessa, non ci somiglia nemmeno anche se si crede che sia lo stesso. No, in questo caso si deve essere esigenti soprattutto se la dolcezza è la ricetta stessa. Sorrise fra sé per una frazione di secondo che le interruppe il corso serrato della riflessione: come le venivano su certe metafore? Poi riprese in mano il filo del discorso interiore e tornò a concentrarsi sul punto che le faceva male.
Per un tempo fin troppo lungo aveva lasciato correre. Si era messa da qualche parte, guidata dal sentimento iniziale, a vivere i giorni guardando se domani sarebbe accaduto il miracolo.
Non c’era nulla da dire, l’alberello prometteva bene, tronco robusto e flessibile, rami forti. Pochi fiori, però, e questo particolare le avrebbe dovuto suggerire di stare attenta. Pochi fiori equivale pochi frutti. E dato che nei frutti si trovano i semi l’assenza di essi avrebbe dovuto essere chiaro indice di aridità. Credendoci, aveva portato il nutrimento alle sue radici, ma l’alberello sembrava non rispondere.
Che fine faceva mai tutto quel succo di cuore che lei dava? Stupida donna innamorata di un egocentrico che rivolge il suo sguardo solo a se stesso.
Solitamente si malediceva e lo faceva ogni volta che lui tornava a casa e si immergeva in qualche attività che col tempo aveva notato amare più di lei.
All’inizio il perdono si elargisce in quantità industriale perché il cuore ha ancora tutti i battiti al massimo della potenza. Ok, va bene, ci vediamo più tardi. Ok, te ne parlo dopo, prima fai pure ciò che devi fare. E questo andrebbe bene, ma se diventa l’unica regola senza che un dopo costruttivo ci sia, smette di andare bene. E la dolcezza. Assente giustificata da parte sua. Assente ingiustificata e basta. Ogni volta che ci pensava, ogni volta che ricordava quante giustificazioni aveva firmato perché tutto potesse scorrere in pace, sentiva di aver sprecato del tempo. Se almeno fosse servito a qualcosa. Lui nemmeno se ne accorgeva.
Forse non la conosceva, la dolcezza.
Quante volte ci aveva pensato scusando l’ennesima assenza.
Dolori, tormenti, altra vita prima di questa insieme a qualche altra donna, lavori perduti e battaglie dure induriscono chiunque ma alla fine – e lo si scopre sempre dopo, non propriamente in ritardo ma sicuramente dopo – tutto questo non giustifica in eterno l’assenza della dolcezza. Anzi, se dormi da una vita su un letto pieno di spine, come fai a non desiderare almeno una volta qualcosa di più morbido? Direte, perché ci si abitua e le spine non si sentono più. E non ci sarà mai un giorno in cui qualcuno vi avrà fatto notare la differenza? Ecco, questo era il punto. Lei non capiva come lui si ostinasse a dormire sul suo letto di spine quando lei stessa, da un bel pezzo, gli aveva preparato un giaciglio più comodo. E non solo glielo aveva preparato ma glielo aveva mostrato e ce lo aveva fatto stendere sopra più di una volta. E in tutte quelle occasioni lei era lì con lui, al suo fianco. La cosa peggiore è scoprire che la persona che ami, quelle spine, le ha con sé e, dovunque vada a dormire, quelle ci saranno sempre cancellando in un soffio qualsiasi sforzo fatto con amore.
Quella era stata un’amara scoperta.
Non improvvisa, non così letale da tramortirla ma ugualmente dolorosa. Non c’era dolcezza perché il cuore era chiuso.
Quando sei intento a sopravvivere te ne freghi del cuore e se sei uno stronzo te ne freghi anche di chi ti sta accanto. Sei un poeta solo sulla superficie della maschera che indossi, ti mostri agli altri per come vorresti essere ricordato poi a sera torni a casa e ti spogli della maschera che ti fa ben volere tanto a casa c’è qualcuno che ha il privilegio di vederti nudo per come sei.
Solo che dimentichi di chiederti come sei veramente e ti puoi confondere. Credi ancora di essere un poeta e invece sei solo uno che non vede molto oltre il proprio naso.
Lui era così. Lui e le sue spine.
Quante litigate avevano imbastito, nate il più delle volte da un solo granello di polvere. Non era un bel ricordare, no non lo era affatto.
Forse necessario pensarci, ma il contrasto con il paesaggio che era là davanti a lei le suggeriva di smorzarne il flusso.
Era venuta al mare proprio per trovare l’equilibrio necessario a gestire pensieri, sentimenti e decisioni. Tutto quell’azzurro risistemava le corde spezzate, i discorsi interrotti, distendeva le pieghe dell’anima.
Lì si stava bene, era sempre un posto speciale e il mare era un confidente capace di ascoltare.
Se le avessero chiesto come si sentiva in quel momento avrebbe risposto che sentiva addosso la capacità di essere sincera. Una sincerità totale, cristallina e fluida come l’acqua. Senza compromessi né tanto meno giustificazioni di qualsivoglia tipo. Un puro scorrere incessante dell’essere che non vuole più nascondere nulla a se stesso. Una sorta di purificazione in atto da tempo che trovava conferma nella sua giusta scelta. Ecco, lì in quel momento, c’era più dolcezza di quanta ne avesse ricevuta da lui negli anni passati a prendersi e a mollarsi.
La dolcezza – che non c’era tra loro – lì si manifestava come la pace del sapere che a breve non ci sarebbe stata l’ennesima battaglia, l’ennesimo graffio sul cuore. Il mare ascoltava e questa era un’attenzione, una gentilezza, un dono speciale che gli esseri umani, invece, tramite la consapevolezza, porgono col cuore.
Quanta pelle ruvida si era fatta nei vari scontri, nei momenti di risposte brusche. Tutto poi ritornava al punto di partenza nel centro dell’io sono così e te non capisci. Sì, caro, invece capisco benissimo. Vedo che ti agiti nella tua gabbia e non ti accontenti che ti mostri le sbarre e ti indichi uno specchio per poterti vedere meglio, per poter capire che qui ci sono io, no, tu vorresti che ti dicessi che lì non ci sono sbarre e che sei meraviglioso e perfetto così avresti la soddisfazione che avrei capito tutto ciò che vorresti capissi di te. Avresti la conferma che questo specchio in carne e ossa potrebbe per amore falsare perfino la realtà dei fatti ma non è, né sarà, così.
Lo specchio che ti porto è fatto di vetro riflettente e non è autorizzato a mentire mai, così come io non autorizzo più me stessa a farlo.
Ma questa verità non ti piace, credi che non lo sappia? Non sarebbe la prima volta che ci scontriamo su questo argomento spinoso come lo sei tu. Pensi che non sappia quanto sia doloroso cercare anche solo di togliere le spine una ad una? Ero qui apposta per darti una mano ma tu sei ancora affezionato al tuo dolore. Con esso non posso competere nemmeno con tutto l’amore del mondo. La dolcezza manca, è vero, ma tu non ricordi neppure tutta quella che ogni giorno ti ho offerto. Potevi almeno prendertela e fare finta qualche volta di averne di tua da condividere. Sai che avrei chiuso un occhio e ti avrei sorriso per questo. Mi sarebbe piaciuto vederti alle prese con un sentimento diverso dal solito. Stupido uomo pieno di spine. Se fossi qui con me e riuscissi a non rovinare tutto come sempre ti indicherei l’orizzonte. Se non avessi da lamentarti perché non sei nel posto giusto o non ti va proprio di stare qui perché pensi di aver di meglio da fare altrove, ti guarderei stupita poi osserverei il mare e il cielo e terrei te nel campo visivo, al limite di esso, per non farti sentire troppo osservato, ma ti stringerei la mano come facevamo all’inizio della nostra storia. Guarda laggiù che meraviglia il mare. Non c’è nient’altro eppure è un’unica immensità che basta a colmare qualsiasi vuoto. Come l’amore. Già, come l’amore…
Si era concessa di volare ancora una volta spinta dal palpito del cuore che ancora ardeva di residui sentimenti. Sarebbe stato troppo cattivo definirli rifiuti organici non smaltibili ma ora, che era così stanca di andare oltre senza un minimo di dolcezza, poteva quasi azzardarsi a chiamarli in questo modo.
Eppure non era così cinica. Non voleva esserlo né diventarlo.
Il calore del cuore valeva ancora qualcosa. Lui questo non lo capiva, non aveva certezza che lo avesse mai capito. Come se il calore del cuore fosse una vergogna. Magari era più facile che lo pensasse come una debolezza e che in lui spazio per tali debolezze non ci fosse. Ne era riprova la sua costante voglia di mostrarsi forte in qualsiasi occasione. Muscoli d’acciaio coltivati assieme alla paura mai mostrata di cedere in qualsiasi modo. Ma lei vedeva come stavano le cose e le avrebbe viste anche se fosse stata meno sveglia. Che un uomo sia legato strettamente alla sua forza fisica non è raro da vedere né difficile da comprendere, fa parte della natura animale. Questa specie di giustificazione è una concessione che si fa per dimezzare la penalità mentre si discute filosoficamente nei labirinti dell’anima. La natura animale in qualità di forza primordiale non dovrebbe però nascondere le insicurezze trascurate. Ciò che si dimentica nelle nicchie nascoste ha la spiacevole abitudine di schizzare fuori nei momenti meno opportuni e spesso a sproposito.
Ciò che va fuori dal controllo ci va perché soffre della dimenticanza subita e a questo punto la forza fisica vale ben poco se non entra in azione anche il cuore. Quello, lui, non lo sapeva fare, non sapeva muovere il cuore, anche se parte di tale muscolo risponde a stimoli volontari, lui non aveva allenato altro che tutto il resto del corpo.
E non era facile dimenticare il suo corpo. Solo il suo corpo, le linee che si fondono le une nelle altre per sommarsi e creare l’immagine che vedono veramente soltanto le dita che le percorrono.
In certe occasioni gli occhi servono a poco.
La prima volta che lo aveva incontrato si era soffermata di sfuggita su alcuni dettagli di quel corpo che avrebbe conosciuto meglio entro breve tempo. Le gambe lunghe e le mani eleganti. Il volto un po’ spigoloso con lo sguardo che sembrava vedere oltre le barriere imposte dagli altri esseri umani. Sguardo che poi si era rivelato capace di scrutare oltre tutte le cose vicine importanti per ritornare sempre su se stesso. L’inganno iniziale aveva creato il gioco e lei si era fidata perché aveva valutato l’insieme a colpo d’occhio.
Forse un errore imperdonabile data la situazione attuale. Tuttavia non era del tutto vero.
Qualcosa da salvare c’era.
Un frammento del suo intuire e la fugace verità che componeva quell’uomo in modo incostante. Non aveva visto male quel primo giorno, era davvero capace di guardare oltre le barriere, i limiti e le convenzioni perché lui stesso talvolta le aveva infrante per misurarsi con la vita. Solo che non era una capacità ancorata saldamente nel suo essere. C’era e non c’era fino al giorno in cui era prevalso il non esserci.
Si era chiesta varie volte perché avesse scelto la strada verso se stesso piuttosto di proseguire su quella dell’uomo, in un certo senso, coraggioso che opera scelte anticonformiste e ne gode.
Lo aveva chiesto al suo cuore innamorato ma non a lui, cosa che forse avrebbe dovuto fare.
Il fatto, però, era che, conoscendolo, sarebbe finita in tragedia, l’ennesima lite. Pensi di potermi giudicare? E tu allora? E la frittata si ribaltava. Tutto pur di non circoscrivere il punto dolente, pur di scansarlo più abilmente di un contorsionista famoso alla sua ennesima esibizione. Che poteva dirgli? Sai, mi sembri cambiato (in peggio), sei diventato un egocentrico che pensa solo a se stesso e non mi guarda più né dentro al cuore né fuori. Altra cosa che all’inizio aveva stordito entrambi.
Si guardavano e negli occhi ciascuno di loro leggeva la passione da consumare.
All’inizio importava poco cavillare sulle sfumature sentimentali, era bello vivere gli attimi con tutto il loro carico di concreta sensualità. Si poteva soprassedere tranquillamente perché c’erano ancora tempo e spazio da esplorare.
Poi accadono cose che ti portano ad evolvere.
Da principio non sai mai se l’evoluzione promette in positivo o in negativo, senti solo che il momento di guardare cose dimenticate di te arriva.
Magari accade proprio perché ti senti al sicuro accanto a qualcuno, perché sai che adesso ci sono braccia lì per te, forse non sempre disponibili, ma va bene lo stesso perché è reale, perché ci sono davvero dopo lungo tempo. Così ti inganni perché nella romanticheria del momento credi che anche l’altro condivida il senso di attimo eterno con te. Se passi la vita mordendola e mettendo in conto i fallimenti, le cadute rovinose, i tradimenti, quando trovi una compagnia per il cuore allenti la presa. Le mascelle ti faranno male ma ti consoli con la dolcezza e l’indolenzimento diminuisce fino a scomparire. Una sorta di guarigione utile ed auspicabile ad un certo punto dell’esistenza. Se però la dolcezza svanisce rendendosi praticamente irreperibile il dolore ti torna su.
Si accorse di stare pensando all’amore come ad un anestetico.
Non le piacque perché non lo aveva mai pensato così. Se c’era una cosa che non le piaceva era il cinismo. Lo vedeva come il seccarsi di un ramo che però non si stacca mai dal resto del tronco, continua a far parte dell’albero e ne inquina l’essenza e la bellezza. In quella veste non si piaceva così fermò per attimo le sue riflessioni.
Il groviglio era ancora tale. Ed esserci dentro lo ingigantiva.
Era venuta in quel luogo stupendo per cercare la forza di astrarsi da se stessa quanto bastava per ridimensionare le cose.
Un essere umano è così microscopico accanto all’immensità del mare e del cielo.
I pensieri possono allontanarsi fin dove credono senza sbattere da nessuna parte andando verso l’orizzonte.
Ecco, voleva sentirsi così, dentro. Invece tutto sbatteva, rimbalzava, era costretto a girare su se stesso o ad adattarsi per rendere l’ambiente interno meno incasinato. Con scarsi risultati spesso. C’era quel maledetto punto che rendeva tutto il lavoro inutile. Il sentimento. Forse lei non sapeva essere così tagliente e repentina nel colpo da vibrare all’occorrenza come sanno invece fare alcune persone. Il mondo era pieno di donne ancora innamorate masticate e gettate via dal tizio che si era stancato o uomini che non si davano pace perché tipe terribilmente insensibili decidevano di cambiare partner così come cambiavano il guardaroba. Faceva parte della vita ma non si sentiva di giustificarlo fino in fondo.
A mente fredda non ti va di giudicare nessuno se hai a cuore anche il prossimo con tutti i suoi pregi e difetti ma quando ci sei dentro, ti dimentichi e spari a zero, soprattutto se soffri molto.
Diventi un composto instabile che può esplodere.
Dove diamine è la dolcezza e dov’è la cura di cui ho bisogno per non soccombere?
Ne dovrei avere di scorta per me stessa in caso di bisogno ma per ora so solo che le riserve sono state prosciugate, donate con troppa enfasi.
Quando credi in qualcuno e ci metti tutto te stesso, il sentimento si attiva, anche se tutto era già partito dal cuore nel momento in cui si è detto sì dentro di noi. Sì, accetto, voglio stare con te.
Prima di tutto lo racconti a te stesso e poi lo confessi all’altra persona.
Il cuore palpita e il sentimento nasce. E’ un meccanismo semplice. Ti esponi e da quel momento non sei più la stessa persona di prima né lo sarai mai più, anche se dovessi rimpiangere di aver detto quel sì.
Se non ci sei, se anche nei momenti in cui la dolcezza dovrebbe distillarsi da sola mentre fai l’amore, allora non posso più giustificarti. Non credo ti renda conto di quanto male faccia allontanarti dalla nicchia del cuore che avevo creato per te. L’aria stessa lì dentro è fatta di sentimento, di zucchero filato impalpabile di desiderio che anche tu possa sentire che lì tutto sarebbe stato possibile se lo avessi visto, voluto almeno in parte, condiviso. Ma il problema di fondo è che non lo hai visto né sentito, eri su di una lunghezza d’onda diversa. Non hai visto me né tutto ciò che ti ho dato aspettandoti, ogni volta che avevi lasciato le chiavi di casa sul comodino, sei solo rientrato e non mi hai detto grazie con gli occhi, hai usato la voce lasciando una scia distratta mentre ti cambiavi per uscire di nuovo. Anche se uscivo insieme a te tu non vedevi che ero lì davvero con tutta me stessa. Per te c’ero perché si era detto che sarei venuta con te, che quella serata ti facevo compagnia mentre con la testa eri già a considerare nuovi accordi di lavoro. Potrei pensare solo che mi davi per scontata in quell’occasione e anche in altre.
Se ho pensato che il tuo corpo è difficile da dimenticare è vero. A letto io ci sono sempre stata. Ho messo gocce di cuore in ogni carezza che volevi sentire ma tu non eri lì nello stesso modo. Ero il tuo cuscino caldo, il tuo svago, il tuo momento di relax tra una pagina di ego e l’altra. Credi che non abbia sentito la tua distanza? Ecco perché poi ho smesso di guardarti negli occhi, non volevo più affidare la mia anima nel vuoto. Se volessi sperimentare la caduta libera mi lancerei da un aereo. Tu non offri neppure un paracadute. E non credo che a te farebbe piacere che mi comportassi nello stesso modo. Ti sentiresti ferito nell’orgoglio, privato delle attenzioni che ti ho offerto. Credo proprio che lo vivresti come un affronto, chissà forse una lesa maestà. Non lo so con certezza, potresti stupirmi. Ti voglio concedere il beneficio del dubbio e creare in esso uno spazio di possibilità. Vedi cosa fa il sentimento? Concede spazi dove non ce ne sono o dove è impensabile trovarne. E’ la materia per creare le seconde possibilità e tu ne hai avute molte di più ma non le hai mai contate. Mentirei a me stessa se non riconoscessi di provare dell’amarezza per questo. Si passa tanto tempo a cercare le occasioni ma quando ci sono non le sappiamo vedere e le lasciamo scivolare via come le onde che tornano indietro dopo aver lambito la spiaggia.
Sono stata quella spiaggia estesa di sabbia fine per non graffiarti la pelle e ho permesso alle tue onde capricciose di andare e venire secondo il loro ritmo. Mi stava bene perché mi sentivo capace di affrontare il loro andirivieni mettendo da parte per un po’ la realtà del fatto che così, poco a poco, l’erosione si manifestava silenziosamente.
Ogni volta che te ne andavi portavi con te, senza saperlo, granelli di me per disperderli chissà dove. Altrove sicuramente e senza potermeli mai restituire.
Dovrei essere io ad andare in cerca delle cose che mi hai rubato inconsapevolmente.
Se ci tengo devo partire per questo viaggio di ricerca.
Invece di donarmi il calore che facilita il movimento mi doni la fatica da masticare.
Non sono convinta che qui ci sia amore, o comunque non l’amore che cerco e di cui ho bisogno.
So badare a me stessa, certo, ho imparato a farlo con altri simili a te, prima di te, ma col tempo l’usura di questa spiaggia mette a nudo ciò che si trova al di sotto della sabbia. L’autonomia scarseggia e inizia a cambiare qualcosa.
Se devo essere sincera, come ho promesso di essere, non posso dire che ho sempre sopportato, non sarebbe vero. Adesso sopporto questo perché vedo l’immagine d’insieme, mentre ero dentro la vivevo e non vedevo bene la cosa.
Quando sei immerso in qualcosa vivi e combatti con le armi che hai e con ciò in cui credi, facendoti scudo con le cose che ritieni importanti.
Se c’è sofferenza non la rifuggi ma la consideri parte del viaggio. Poi arriva un giorno in cui percepisci la stanchezza, come il campanello di avvertimento, forse, che ti suggerisce di modificare il punto di vista, anche solo di qualche grado per vedere le cose in modo da non assuefarsi.
Confessare a se stessi di essere stanchi di qualcosa non è facile, se i punti che cuciono insieme i vari pezzi sono fili di sentimento tessuti nel cuore. Se tali fili sono vivi e vibranti non puoi staccarli né tagliarli senza pietà, anche se talvolta potrebbe essere la cosa giusta da fare. Cerchi strade alternative, anche girando a vuoto per un po’.
Guardò i gabbiani volteggiare sui cumuli di sassi vicino alla spiaggia. Cercavano cibo. Come tanti altri animali passavano la maggior parte del loro tempo nella ricerca di cibo, di nutrimento essenziale per continuare a vivere. Il parallelo riuscì facile. Anche l’anima, o forse sarebbe più esatto dire il cuore che ne costituisce la struttura, ha costante bisogno di nutrimento, più di quanto ne abbia bisogno il fisico. Quello che aveva capito era che tale nutrimento era la dolcezza e la cura da parte di chi diceva di amarla e che invece mancava sempre, a ben guardare. Se si sta insieme questa specie di conforto non può mancare, altrimenti si può stare da soli e bastare a se stessi. E quando si è da soli si sa perfettamente che il livello di calore e cura che possiamo fornirci non eguaglierà mai quello che un compagno può generare. E se anche arrivasse a somigliarci non avrebbe comunque mai lo stesso sapore, a partire dalla sensazione fisica di un abbraccio. Solo che non si può accettare di stare accanto a qualcuno solo per il sapore di ogni contatto, sarebbe egoistico e da codardi.
Se ci sei, se ti impegni in questo passo a due, devi aver cura anche delle sensazioni altrui e dei bisogni dell’altro. Non si sta insieme a qualcuno per se stessi o perché si ha paura di stare da soli, non è corretto.
Lui stava con lei perché aveva paura di stare da solo, questo lo aveva capito perché qualche volta il suo egocentrismo aveva mostrato delle fessure dalle quali aveva intravisto la verità. Lui era così pieno di se stesso per riempire tutti quegli spazi vuoti di sé che ancora non aveva esplorato e che forse per lo stesso motivo non aveva alcuna intenzione di esplorare. Così la strada più facile era attaccarsi a tutte le cose conosciute che aveva intorno, a tutti i suoi punti fermi per riempire la vita quotidiana per non vedere il resto, abissi personali compresi. Quindi, avere accanto una donna era la soluzione. E lei era la donna in questione ma lui aveva calcolato male perché lei non riusciva più a ignorare le mancanze e quegli spazi interiori abbandonati pieni di oscurità e confusione da sistemare. Anche se lui si ostinava a celarli emergevano e si frapponevano tra loro. Chissà, forse la dolcezza perduta era nascosta in uno di quegli spazi.
Gli concedeva sempre un margine di speranza, era per quello che non riusciva a lasciarlo.
Vicino alla spalletta dove si era appoggiata per osservare il mare c’erano delle scale che portavano giù agli scogli a destra e ad una piccola insenatura con sassi e sabbia verso sinistra.
Imboccò il sentiero verso la sabbia. Già nel suo animo sentiva la presenza degli scogli così non voleva doverci anche camminare sopra.
Il mare era ovunque lo stesso. Faceva freddo per spogliarsi, anche se il sole riusciva a scaldare un po’ quell’angolo di mondo.
Si accontentò di arrivare vicino all’acqua quanto bastava per toccarla. Ne aveva bisogno, faceva parte integrante della sua riflessione sentire materialmente qualcosa che poteva suggerirle un indizio utile per decidere come muoversi.
Quando hai troppi pensieri che ostruiscono il flusso interno di energia positiva puoi non saper come proseguire.
Lei non voleva sbagliare e non solo per se stessa ma anche per non ferire lui. Anche se non poteva più andare avanti senza le cose di cui sentiva aver bisogno ( che lui non le dava perché non si accorgeva che le mancavano ) il sentimento che li aveva legati fin lì era tale da sostenere un ulteriore atto di amore. Il difficile era capire quale potesse essere questo atto d’amore nei suoi confronti. Uno dei due si sarebbe trovato a fare i conti con qualcosa di spiacevole. Lui non avrebbe accettato di essere lasciato perché non ne avrebbe capito il motivo. A lui non sembrava mancare nulla tra loro e se non cerchi qualcosa non ti accorgi nemmeno che ti manca.
Lei sapeva che quello strappo necessario le avrebbe comunque fatto del male. Se non lo avesse lasciato il dolore sarebbe stato maggiore ma per se stessa.
Era arrivata a pochi centimetri dal limite dell’onda che in quel punto era lenta e tranquilla. Si tirò su le maniche del giaccone e si chinò per mettere le mani nel mare.
Le era sempre piaciuto fare così, fin da quando era bambina. Non sapeva spiegare la sensazione che provava, sapeva solo che andava bene, che era la cosa giusta e che non c’era pericolo.
Contemplare l’acqua del mare e sentirla tramite la propria pelle era come ricucire due lembi di un abito strappato per disattenzione. Aveva un significato e creava consapevolezza.
L’acqua era fredda ma non le importava. Stava bene a contatto con quell’immensa mole fluida.
Si mise ad ascoltare con tutti i sensi quel momento e se stessa.
Lasciò che il mare le arrivasse fin nel cuore per lambirle i pensieri che la tormentavano. Sentì che in tutto questo c’era l’elemento che cercava, il mare si stava prendendo cura di lei.
A suo modo quella era la dolcezza che poteva offrire e capì che la spontaneità non si può reclamare. Il suo compagno, per il momento, non gliela poteva offrire perché non ne conosceva le fattezze e non poteva certo farlo prima di averla offerta a se stesso.
La decisione da prendere scivolò fuori con chiarezza e docilmente. Non aveva nulla da rimproverarsi perché aveva fatto tutto quello che poteva per stragli vicino e aveva preso ciò che lui gli dava seppure a metà di quello che avrebbe potuto dare ancora. Aveva cercato di fargli notare i punti dove guardare oltre a quelli che già lui di suo guardava mettendosi al centro delle questioni o degli eventi.
Adesso vedeva quello che si ostinava per sentimento a non vedere con chiarezza, non c’era posto per lei dentro di lui. Non per cattiveria, era solo che per il momento le cose stavano così.
Le piaceva pensare che un giorno qualcosa sarebbe cambiata e avrebbe voluto rimanere per testimoniare l’evento ma doveva a se stessa quell’ultimo atto di amore. Non voleva stare dove non c’era dolcezza perché quella aridità non era ambiente adatto a lei. C’era già stata a sufficienza per sapere che non ci si stava bene nemmeno cercando di convincersi del contrario.
Lui non c’era per lei come invece c’era per se stesso, non se ne rendeva conto, e nulla comunque sarebbe cambiato che lei fosse rimasta o se ne fosse andata, proprio per questo motivo.
Lei non ci sarebbe stata per se stessa se fosse rimasta.
Questa era la differenza sostanziale che rendeva la decisione accettabile anche al cuore.
Lo avrebbe lasciato ma con dolcezza perché il fatto di non riceverla da lui non significava doverlo trattare con la stessa moneta. Non lo riteneva giusto.
Anche l’amarezza condita da spruzzi di rabbia si era sciolta con le onde.
Il cuore va sempre salvato comunque vadano le cose. Questo era l’unico pensiero con il quale voleva colmare l’anima e il senso di vuoto che aveva provato stando insieme a quell’uomo.
E salvare il proprio cuore non vuol dire uccidere quello altrui, significa usare tutto ciò che si è per rendere meno duro il colpo.
Si alzò e si asciugò alla meglio le mani sui pantaloni. Era ora di tornare a casa.
La aspettavano momenti non facili ma sapeva cosa fare.
Dette un ultimo sguardo al mare, al cielo e all’orizzonte che li separava con una linea sottile verso cui si stava dirigendo il sole. Era un modo per dire silenziosamente grazie per aver accolto i suoi pensieri e per averli amalgamati in modo da poterli gestire.
Risalì le scale per incamminarsi verso casa. E verso se stessa.

Che differenza fa?

Simone Francesco

Niente Hitler niente shoa?

Selene Luise

Platonia and the Fourth Wormhole

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