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Scrittori emergenti

Intervista a Silvia Chiarante

Un caloroso benvenuto a Silvia Chiarante, autrice che ci ha fatto entrare nel suo mondo di versi, pathos eccessivo e ossessione per il suono.

Silvia Chiarante

Silvia, ti andrebbe di raccontare ai lettori cosa si prova a scrivere e quando ti sei accorta che non potevi farne a meno?

Compongo principalmente poesia, forse per questo il problema non è tanto il poter fare a meno dell’atto dello scrivere in sé, quanto il non poter evitare di percepire le cose in modo esasperato. Anche quando scrivo altri generi devo fare i conti con il pathos eccessivo e con l’ossessione per il suono. La poesia credo sia la causa di questo timbro e la conseguenza diretta al contempo.

Esiste una sorta di interdipendenza tra i due aspetti, parallela a quella del dialogo con i propri demoni: permetto loro di esprimersi perché è nella loro natura il non poter fare altrimenti.

So che ho iniziato prestissimo a scrivere, che a sette anni componevo poesie e che a nove ho vinto una piccola competizione proposta da un poeta in visita alla mia scuola; conservo ancora il libro che mi ha regalato con “l’auspicio di un futuro artistico”.

So che da bambina chiedevo a mia madre di leggermi A Silvia, perché capitava che le domandassero se avesse scelto il mio nome per via di Leopardi, e che volevo imparare le preghiere, per quanto non fossi battezzata né mai sia stata credente, poiché rapita dal suono evocato nel recitarle. Mi piaceva anche attardarmi al cimitero, davanti alle tombe, a riflettere nel mio rito privato. In me c’è sempre stata questa componente.

So infine che a dodici anni ho vinto il primo premio letterario a cui ho partecipato, con una novella ispirata a Pirandello. Ed è a questo punto che non so più, non so di preciso il perché, ma poco dopo ho praticamente smesso di scrivere. Per questo parlo di due genesi differenti quando mi si chiede quando abbia iniziato.

Anni fa ho ripreso e forse è stato a quel punto che ho capito che era necessario, nel momento stesso in cui ho chiesto di poter ricominciare perché dovevo, e in ginocchio, davanti ai miei demoni, in un certo senso ho pregato.

La composizione avviene con un rituale barocco e chirurgico: ferisco, scandaglio e ricucio.

Dubito sempre di chi identifica la poesia con un atto meramente liberatorio, perché per me è più vicina al sadomaso che a uno slancio improvviso di sentimentalismo; è l’appartenenza a quel suono che si vorrebbe sfiorare ma piega al suo ritmo senza mai concedersi del tutto.

Invece, quando hai deciso di pubblicare e perché?

Dopo aver ripreso a scrivere con regolarità ho deciso di leggere i miei versi in pubblico e di riportarli su un blog personale. Forse cercavo la catarsi o solo la possibilità di esprimere quanto in me aveva continuato nel frattempo a macerare.

Nel 2014 ho partecipato a un concorso con l’idea di poter stringere tra le mani un libro mio e con la vittoria del premio ho ottenuto la pubblicazione di Opera al Nero.

Le motivazioni sono in parte oscure e in parte non vogliono essere svelate ma un ruolo ha avuto il destino, lo stesso che mi ha condotto a voler pubblicare anche Requiem dell’esilio, edito da Le Mezzelane.

Silvia Chiarante

È capitato con entrambe le raccolte che una parte di me volesse a tutti i costi liberarsi di ciò che aveva scritto, dandolo alle stampe, e l’altra non fosse per niente d’accordo, detestando il risultato e intendendo disfarsene del tutto anche a un passo dal contratto. Provo spesso questo dualismo nei confronti delle cose a cui tengo e so che sembrano dichiarazioni da perfetta esaltata ma per me è davvero così, non conosco l’equilibrio.

Quali sono i libri che hai pubblicato finora?

Ho pubblicato due raccolte di poesie: Opera al Nero con Giovane Holden Edizioni e Requiem dell’esilio con Le Mezzelane Casa Editrice.

Temi ricorrenti sono la morte, il rapporto con il tempo e con le proprie identità, la ricerca del senso e  l’eterno connubio tra eros e thanatos nel giogo del fato.

Opera al Nero è la dissoluzione alchemica, la prima fase della putrefazione del sé nella messa in scena della decadenza, la tragedia sul cui palco le ossessioni chiamate a raccolta celebrano la dannazione della non corrispondenza. È la veglia controluce di una vocazione rinnegata e l’esorcismo di una presenza, il testamento della maschera poetica a quella del demone silente che la alimenta. L’alchimista si riappropria  dell’ampolla d’inchiostro e dei travestimenti del simbolismo per dialogare con il proprio spettro e tentare di dissolversi in esso.

In Requiem dell’esilio avviene la presa di coscienza del fatto che la dissoluzione non è stata portata a compimento. Si affaccia man mano la percezione della lontananza non solo come distacco dalle comparse del ricordo ma come distanza dall’ossessione stessa, nonché da quel cammino che si è fermato sul ciglio  a fissare il suo spauracchio.

La veglia perpetua  si trasforma dapprima nel Requiem in vita di un fantoccio che ingordo ha preso il posto del tempo stesso, fingendosene involucro corporeo, poi in quello del fantasma committente del verso, e infine nel Requiem aeternam per le sorti dell’essere umano, condannato all’esilio dalle macerie del proprio presagio.

Ti è capitato di vivere il famoso “blocco dello scrittore”?

In alcuni periodi compongo molto, oppure scrivo un romanzo in poco più di un mese, in altri non avviene nulla di tutto questo e detesto ciò che ho scritto fino a quel momento.

Per alcuni anni, come dicevo, ho praticamente smesso. Non so se possa esser definito blocco ma nella fase in cui so che molti iniziano a cimentarsi con la scrittura io me ne sono tenuta lontano, forse perché la poesia ha il dono di essere brutalmente profetica e a volte non si è pronti a fare i conti con questo.

Oltre a scrivere, cosa fai nella vita?

Indago troppo a fondo e a volte è pericoloso. Amo la musica, in particolare il metal, e gli animali: a entrambi devo moltissimo.

Da lettrice, quali libri preferisci?

I testi che trattano argomenti che mi appassionano e quelli nei quali riesco ad immedesimarmi, intuendo un debito nei confronti di un qualcosa che anche io sperimento. Può avvenire con un horror di Stephen King, con un diario personale o con una poesia, ma se non colgo questo aspetto abbandono la lettura. Non sono uno di quei lettori onnivori e accaniti che si auto compiacciono della perseveranza nel finire sempre i libri o dei propri traguardi; non ho mai trovato un senso in questo approccio. Ci sono periodi in cui leggo di più e altri in cui non riesco ad avere questo slancio.

Scegli una citazione che rappresenti te.

“Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi.”

da Il libro dell’inquietudine, Fernando Pessoa

Scegli una citazione che rappresenti il tuo rapporto con la scrittura.

“O poeta é um fingidor.                             “Il poeta è un fingitore.

 

Finge tão completamente                           Finge così completamente

 

Que chega a fingir que é dor                      che arriva a fingere che è dolore

 

A dor que deveras sente.“                          il dolore che davvero sente”

 

 

Autopsicografia (1-4), Fernando Pessoa

 

Ringrazio Carla per lo spazio che mi ha dedicato. Un saluto ai lettori.

 Grazie a te, Silvia! 

Potete seguire Silvia Chiarante qui

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