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Le faremo sapere – A quest’ora sarei onnisciente di Cecilia Tosi

 Le faremo sapere – A quest’ora sarei onnisciente: un libro di Cecilia Tosi, edito da Lettere Animate.

Le faremo sapere – A quest’ora sarei onnisciente è un libro che racconta una situazione in cui, forse, molti si sono ritrovati: una cena di classe, confronti e disagi, per poi rendersi conto che, come racconta l’autrice, “siamo intorno a una tavola imbandita, ridiamo e scherziamo, abbiamo storie diverse ma così tanto uguali, che sembra quasi sia tutto normale.

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Ad Alice non piacciono le cene di classe, figuriamoci quelle in cui ci si rincontra dieci anni dopo e si fa a gara a chi è più realizzato. Eppure, durante quel ritrovo, si accorge, tra tutti, di non essere l’unica sfigata.

Da qui, inizia un viaggio fatto di ricordi a tratti surreali: l’università, gli ospiti che si piazzano sul divano per mesi, le amiche astrologhe e quelle patologicamente innamorate, i personaggi che lavorano nei call center e quelli che contano le persone sui bus. Punto fisso, per Alice, sono gli amici: è a loro che dedica l’ultima sezione del romanzo.

Ecco una piccola anteprima:

” Eravamo veramente una bella classe, noi, quelli della III A
del Liceo Classico Giovanni Pascoli. Non perché lo scrivo io, ma
perché da sempre, dal primo anno di scuola, tutti i professori ci
hanno fatto credere che fosse proprio così. “Ce ne fossero di
classi come le vostre”. “Ne arrivano una volta ogni venti anni,
ragazzi uniti e bravi come voi”.
Io ci avevo quasi creduto.
Sedicenni vivaci ma uniti, complessivamente molto preparati e
amici sinceri. Ne abbiamo passate, insieme, di cose. Belle e brutte.
Siamo andati avanti nonostante tutte le riforme dei governi
che ogni anno decidevano di mettere mano sempre e solo sulla
riforma della scuola e cambiavano tutto: dai programmi alle
circolari bizzarre. Siamo riusciti a superare l’era dell’esame di
Stato (e non più di Maturità) con la preparazione di tutte le
materie e i voti in centesimi. Abbiamo attraversato l’epoca della
laurea triennale e quella della specialistica, dove ti smarrisci, non
sai cosa stai studiando e soprattutto se lo stai facendo, convinto
sempre di più, che quando tua nonna, ai pranzi domenicali gelava
la tavolata uscendosene con un “ma non potevi fare l’Avvocato
che così lo capivo anche io cosa stai studiando?”, forse, aveva
proprio ragione.
ϱ
Scienze della comunicazione pubblica, politica e sociale,
Scienze dell’alimentazione vegana di primo livello, Mediazione
linguistica comparata, Diploma di ingegneria nautica (affondata).
È vero, era troppo anche per mia nonna.
L’epoca più bella è arrivata subito dopo, quella della
flessibilità..
Io l’ho presa così alla lettera, son stata così flessibile, che, in
circa dieci anni, ho fatto 3 stage, 3 tirocini e circa 20 lavori (il più
della metà dei quali in nero).
Ci immaginavamo, anzi, si immaginavano per noi, un futuro
roseo: tutti professionisti affermati, famiglie del Mulino Bianco che
la domenica si ritrovano nella piazza del paese e parlano di quanto
sia stato entusiasmante aver realizzato i propri sogni.
Invece, dopo dieci anni, siamo sempre qua: precari, ancora a
carico di genitori ormai sull’orlo del salasso. Lavoriamo a
progetto (quando ci va bene) per fare i turni da fornai dentro il
Mulino Bianco e capita che, dopo anni, ci si ritrovi alla cena di
classe e che si rida delle nostre disgrazie.
Quando ti ci ritrovi, a queste cene, non è poi così brutto.
Anche perché scopri che non sei l’unica sfigata. Anzi, rientri quasi
all’interno della normalità.
Ci sono Marina e Carla che stanno ancora facendo la facoltà di
veterinaria ma è da due anni che vanno in ambulatori privati a
curare e operare animali di ogni genere: cuciono i cani che si
feriscono malamente per la caccia al cinghiale, sistemano ossa di
conigli che nessuno vuole e sterilizzano gatte che si portano
sempre a casa perché sennò dovrebbero rimettere sulla strada,
randagine, un po’ come loro.
“Ma vi pagano?”
“No. Però ci serve tanto”.
Occhei.
Poi, parli con Giuliana che collabora con una organizzazione a
favore dei diritti umani: per poco non ci si deve iscrivere lei
ϲ
stessa per avere garanzie di tutela: diritto al lavoro ok, diritto di
avere uno stipendio, quello no. È troppo.
C’è Marco, iscritto a ingegneria, veniva chiamato a tutte le feste
dei diciotto anni perché faceva il DJ.
Menomale che non ha venduto piatti e dischi in tutti questi
anni. Perché il DJ lo continua a fare ancora adesso.
Ti dicono “Beh, si deve andare all’estero”.
Ci sono andati loro, Simone e Alessia, però dopo due anni in
Spagna son dovuti tornare alla magione. Le aziende in cui
lavorano son fallite. Fuori, senza passare dal via.
Poi ci sono quelli che, dopo tanti anni e tanti studi, si sono
realizzati. Della serie, “mica siete stati tutti sfigati in classe tua”.
No.
Ci sono Maria, Veronica, Giovanni e Marcello, medici: una
specializzanda che per milleduecento euro fa dodici ore di lavoro
al giorno e gli altri che fanno turni di guardie su guardie con trend
di quarantotto ore di seguito a curare i malati.
“Ma siete lucidi dopo ventiquattro ore di seguito?”.
“No. Figurati dopo quarantotto”.
“Ma è legale?”.
“No comment”.
Occhei.
Ah, c’è anche chi si è dato al cinema. Uno scenografo,
Francesco.
Ma questa è anche l’epoca dei tagli alla cultura, alle produzioni
cine-televisive, ai teatri e alle fondazioni. Quindi? Detto, fatto:
France vende servizi per i pc.
Flavio fa il magazziniere, il magazziniere con una laurea in
Economia e Commercio, ma questo è quello che, per fortuna, ha
trovato, dopo che suo padre si è speso tutti i loro soldi in
Costarica e sono rimasti a secco.
Nessuno ha famiglia. Per carità.
Nessuno ha una casa di proprietà.
Però è tutto così rassicurante.
Siamo intorno a una tavola imbandita, ridiamo e scherziamo,
abbiamo storie diverse ma così tanto uguali, che sembra quasi sia
tutto normale”.

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