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Narrativa

Il profumo delle foglie di limone

Mia sorella mi aveva lasciato la sua casa al mare perché potessi riflettere con tranquillità su cosa dovevo fare, se sposarmi o meno con il padre di mio figlio. Ero incinta di cinque mesi e ogni giorno ero sempre più confusa sull’opportunità di formare una famiglia, ma era anche vero che da completa incosciente avevo lasciato il lavoro, in un periodo in cui sarebbe stato difficile trovarne un altro, e che occuparmi da sola del bambino non sarebbe stata certo una passeggiata. Per il momento era ancora nella mia pancia, ma poi… Che avrei fatto? Avrei finito per sposarmi per convenienza? Amavo Santi, ma non quanto sapevo di poter amare. Santi era a un passo, solo a un passo dal grande amore. Ma poteva anche essere che il grande amore esistesse solo nella mia testa, come il cielo, l’inferno, il paradiso, la terra promessa, Atlantide e tutte quelle cose che non vediamo e fin dall’inizio sappiamo che non vedremo mai.

Non avevo voglia di prendere decisioni definitive. Mi andava bene soppesare con calma e senza angosce le varie possibilità, in quel momento irraggiungibili come le nuvole, mentre nel frigorifero c’era ancora roba da mangiare, mio figlio non era ancora uscito da là dentro e non mi chiedeva ancora niente. Era una situazione tutto sommato accettabile, che purtroppo sarebbe durata poco perché mia sorella aveva già trovato un inquilino per il mese di novembre.

Era la fine di settembre e si poteva ancora fare il bagno e prendere il sole. Per andare in spiaggia dovevo prendere un motorino, una Vespa 50 che mia sorella, mio cognato e i miei nipoti mi avevano raccomandato di non parcheggiare mai senza catena. Dopo aver fatto colazione e innaffiato le piante (uno dei compiti che mia sorella mi aveva imposto), infilavo in una borsa di plastica di una vecchia rivista pescata da una cesta di vimini, una bottiglia d’acqua, il cappellino e un telo e andavo a sdraiarmi in spiaggia. Sotto il sole i problemi non esistevano. I turisti erano praticamente spariti. Incrociavo quasi sempre le stesse persone sul tragitto che di solito percorrevo a passo leggero quando ero stufa di stare stesa: una signora con due cagnolini, alcuni pescatori seduti accanto alle loro canne tese, un uomo di colore che indossava una djellaba e che evidentemente non aveva un posto migliore in cui andare, gente che faceva jogging sulla spiaggia e una coppia di pensionati stranieri sotto un ombrellone a fiori con i quali già mi scambiavo qualche sorriso cordiale.

Fu proprio grazie a loro che quella mattina non persi conoscenza e non caddi lunga distesa sulla sabbia, ma mi misi solo in ginocchio e vomitai. Faceva troppo caldo, era uno di quei giorni in cui il termometro sale di colpo come se si fosse rotto. Il cappellino con la visiera non faceva molta ombra e avevo dimenticato di portare l’acqua. Avevano ragione a dirmi che ero un disastro. Me lo dicevano tutti quelli che avevano abbastanza confidenza per farlo. Mentre mi stendevo sul telo mi venne la nausea e tutto iniziò a girarmi intorno, ma barcollando riuscii ad arrivare al bagnasciuga per rinfrescarmi. Fu allora che non potei più a trattenermi e vomitai. Avevo mangiato troppo: da quando ero rimasta incinta la paura di svenire mi spingeva a ingozzarmi a più non posso. In quel momento la coppia di pensionati stranieri si avvicinò correndo, per quanto possano correre degli anziani sulla sabbia bollente. Ci misero un’eternità ad arrivare, mentre io cercavo un appiglio affondando le dita nella sabbia bagnata che si disfaceva sotto le mie mani.

Stavo pensando: “Dio mio, non farmi morire”, quando due mani grandi e ossute mi afferrarono. Poi sentii una frescura d’acqua nella bocca. Una mano mi bagnava la fronte e mi accarezzava i capelli. Sentivo delle parole, strane e lontane, ma non capivo niente. Mi fecero sedere sulla sabbia e vidi che era la coppia straniera. L’uomo portò un ombrellone, quello con i fiori grandi sotto il quale si proteggevano sempre dal sole e con cui delimitavano il loro territorio. Evidentemente era più facile portare lì l’ombrellone che fare il contrario.

«Ti senti bene?» furono le sue prime parole in spagnolo.

Feci cenno di sì.

«Possiamo portarti in ospedale.»

«No grazie, non ho digerito la colazione.»

La donna aveva gli occhi piccoli e azzurri e li appuntò sulla mia pancia che, prominente e rotonda com’era, spuntava dal costume da bagno. Non aspettai che me lo chiedesse.

«Sono incinta. A volte il cibo mi fa venire la nausea.»

«Adesso riposati», mi disse lei facendomi aria con un ventaglietto pubblicitario sul quale lessi, un po’ appannate, le parole Nordic Club.

«Vuoi bere un altro po’?»

Bevvi un altro po’ d’acqua mentre loro mi osservavano senza sbattere gli occhi, come se mi stessero sorreggendo con lo sguardo.

Posseduti da sè stessi

Selene Luise

~The other side of the moon~ Il rifugio-parte5

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