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Narrativa

CONERO 1944 PANETTONI AL SALE

…l’ingegner La Rosa dopo che se ne fu andato schifato e intenzionato a sputtanare il (H) e la (Y)- davanti alla moglie e ai suoceri, lasciando fuori il (X) in quanto sapeva bene che (X) non era presente per lucro, ma come ufficiale del controspionaggio tedesco, desistette dai suoi  intenti non per codardia, ma perché non sarebbe servito a nulla remare contro quei due loschi e ammanicati individui, considerato che in quel caotico periodo storico il De Rosa presagiva che la legalità ormai fosse nelle mani di gente che non sapeva che farsene, e le coercizioni inflitte il più delle volte erano applicate in modo inversamente proporzionale ai poteri acquisiti dallo stato sociale per tornaconto personale, fino alla completa distrazione, e Roma verosimilmente, ne era all’oscuro, o almeno ai vertici. Una cosa comunque pensò, e la fece, quando si presentò nella casa di tolleranza il lunedì mattina e chiese esplicitamente della signorina Elide. La ragazza lo riconobbe e per la vergogna rifiutò la prestazione ignorando le rimostranze della severa badessa intenta a osservare insospettita i connotati del cliente e l’inattesa reazione della prostituta. Elide, tuttavia, per evitare una multa salata acconsentì. Con le gambe tremolanti e le guance invase dal sangue più del solito, scese una piccola rampa di scale ed entrò in camera. Si denudò, poi si sdraiò sul letto e coprì con le mani il pube chiudendo gli occhi. L’ingegnere pagò ottanta lire per due ore d’impegno, poi a due a due scese i dieci scalini anche lui. La scena che si presentò davanti ai suoi occhi gli rivoltò lo stomaco quando vide quella stanza umida, illuminata da una piccola finestra che dava su un cortile chiuso attaccato al molo, stracolmo di ricambi navali e da una penosa lampada impiccata sopra un trave. Un letto senza cuscino con le spalliere piagate all’interno ricoperto da un lenzuolo vissuto, circondato da caraffe di ferro smaltato scrostate e piene di acqua tiepida impuzzita da saponi d’origine animale e piccoli asciugamani piegati vicino a un bacile e a una mensola di legno con sopra dei portacenere colmi di mozziconi di sigari pregiati e ampolle di costosi profumi mai aperti. Ed lì che giaceva Elide, la donna bambina dal viso sereno che lo salutava sempre con un sorriso e un inchino. Che gli lavò i panni per tanti mesi, bruciandosi le mani con la cenere e la soda, per poi riporli in grandi cassetti di ebano scolpito, odorosi di lavanda raggruppata a spiga … Proprio lei era lì … con gli occhi pesantemente truccati e la bocca rosso fuoco, con il corpo nudo abbandonato sul letto ed un’unica colpa, quella di arrivare a diciannove anni e dimostrarne sedici.  Data l’età dalla ragazza, come spiegò la badessa al Del Rosa, “La tariffa richiesta è riferita a prestazioni eseguite in camera normale. Per la camera di lusso si va dalle cento alle centotrenta lire a seconda dell’impegno”.  “Elide rivestiti, ti porto via. Raccontami, perché sei qui? Spiegami?”, le chiese l’ingegnere con voce rassicurante coprendola con la sua sahariana dai seni in giù. Dopo che le cessarono le lacrime, Elide si confidò esprimendosi con malcelato dialetto pugliese. “La sera dello stesso giorno che fummo cacciate dalla villa  (h) ci sistemò in un casa disabitata di proprietà della signora contessa situata nei pressi di Numana. Eravamo in un locale pieno di attrezzi strani, infestato da ragnatele e da una puzza di chiuso che attanagliava la gola. Prima che entrammo ci raccomandò di non affacciarsi mai dalle finestre e di non uscire, poiché alle vivande avrebbe provveduto lui stesso. «State tranquille» ci disse, «Ho un certo ascendente sulla contessa, proverò a estorcerle il nome di quel verme che vi ha incriminato ingiustamente perché il ladro è senz’altro lui, e dovrà spiegare i motivi della sua carognata davanti a tutti». Prima che uscisse lo abbracciammo e lo ringraziammo e per tre giorni ci portò regolarmente i pasti. Noi rimanemmo serene anche se l’incompatibilità di carattere e il reciproco dubbio che la ladra fosse l’altra accrebbe in noi il nervosismo. Ci contentammo dei frugali pasti sperando che insieme ad essi  (h) ci portasse anche qualche buona notizia riguardo la nostra incresciosa situazione.  Il mattino del quarto giorno di segregazione sentimmo tre timidi colpi alla porta.  Io e (Y) restammo in silenzio anche dopo la replica.  Quando udimmo la chiave girare dentro la toppa la paura si placò poiché sapevamo che soltanto (h) possedeva le chiavi. Gli andammo incontro   sperando che portasse buone notizie, data l’ora insolita, ma non fu cosi.  Al posto di (h) ci trovammo due omaccioni sulla trentina vestiti di nero i quali, senza dire nulla, ci tapparono la bocca, poi di peso ci sdraiarono sui letti. Lottammo disperatamente, ma dopo pochi minuti eravamo già legate mani e piedi alle spalliere dei letti con la bocca occlusa da larghe strisce di carta gommata. «Attento a non danneggiare la merce, vedi di andarci piano con l’iniziazione», sentii dire da uno di loro. Tennero le mani a posto e non tentarono di baciarci nessuna parte del corpo. Stranamente, quello con una ciocca bianca e il naso schiacciato, dopo lo stupro, mi chiese se mi avesse fatto male, e non mi sporcò la pancia, cosa che invece aveva fatto quell’altro porco su (Y).  Poi se ne andarono via, in silenzio, leccandosi i graffi e i morsi inferti da noi. Richiusero la porta a doppia mandata dall’esterno e discesero con passo felpato le scale. Dal colpo sordo del grande portone capimmo che se ne erano andati. (Y) riuscì a liberarsi e tentò di sciogliermi dai legacci, ma non fece in tempo a districarli perché dalle scale sentimmo risuonare l’inconfondibile andatura di (h) che saliva. “Elide, guardami. Sei sicura di quello che dici?”, la interruppe La Rosa. “Stai accusando (h)  … Da diversi anni egli è uomo di fiducia  di (g), e il fatto di averlo visto in questo bordello con i miei occhi non significa che sia lui il …” Elide spinse nervosamente in fondo a letto con i piedi la giacca che la copriva. “Vattene via, se non mi credi fai quello che devi fare e vattene! …. Andate via! … Andatevene, per favore”. Divaricò le gambe e serrò le labbra per evitare di piangere nuovamente.  “Su, su, dammi la mano, non fare così. Sono stato uno stupido, d’altronde sono io che ti ho cercata. Rivestiti e finisci di raccontare … che fece in fine (Y)?” Elide dopo che stette in silenzio per alcuni secondi poi parlò di nuovo. “Lei non si perse d’animo, mi guardò e disse che non poteva fare altro per me e rimasi bloccata con mani e piedi legati alla spalliera del letto. La vidi appiattirsi dietro la porta della camera e brandire con entrambi le mani un manico di piccone. Attese che quell’infame entrasse e lo colpì violentemente sulla nuca. Dopo il colpo si avvitò su se stesso stramazzando a terra con la testa sanguinante e gli occhi sgranati. Una volta al suolo (Y) lo colpì di nuovo sullo stinco destro e gli sputò addosso. Dissipata la rabbia se ne scappò via con i polsi e le caviglie sanguinati e la camicetta strappata. Non so dirle quanto tempo passò prima che  (h) si rimise in piedi, barcollò e ricadde a terra. Poi si rialzò di nuovo sorretto da una sola gamba. Mi guardò e si sorprese che io fossi ancora lì, legata e con gli occhi semi chiusi. Pensando che dormissi mi rovesciò un secchio d’acqua gelida sulla faccia poi, con forza, mi compresse lo sterno con l’indice destro e mi ricattò dicendomi «Scegli, preferisci andare in galera al posto di quella ladra per una decina di anni, oppure vieni via con me e ti metto in condizioni di rifarti una vita? Tanto ormai chi vuoi che ti sposi nelle tue condizioni!». Rise a denti stretti, poi trascinandosi la gamba colpita andò via. Dopo due giorni ricevetti il primo cliente e vomitai durante l’amplesso. Il dottore mi diede un paio di calmanti e consigliò a quell’arpia della badessa di farmi fare le ossa con dei giovanotti. Mi vergogno a dirlo, ma con i primi provai anche un sottile piacere.  Dopo una settimana di militari e di giovanotti non feci più caso se i clienti erano belli, brutti o storpi, era solo un modo come tanti per mangiare e avere un tetto, ma il mio fatalismo mi terrorizzava. Fui quindi trasferita alle stanze superiori frequentate da anziani facoltosi, molti dei quali erano impotenti e pagavano fino a centocinquanta lire, solo per vedermi spogliare per poi toccarci a vicenda … Ora basta, non ne voglio più parlare di questo porcile”.  “Che ne è stato di (y)?”, gli chiese incuriosito il De Rosa dopo che Elide si calmò.   “Non so!”, rispose scuotendo la testa. “Non capisco perché non sei tornata al tuo paese?  Qualche soldo l’avrai pur guadagnato stando qui”. “Dove volete che vada una disgraziata come me. Mio padre, il giorno stesso che misi piede in questa topaia, già ne conosceva il numero telefonico. Mi chiamò dal posto pubblico della stazione e fu esplicito con me: «Non farti più vedere da queste parti, altrimenti giurò che t’ammazzo con le mie mani».  Una settimana dopo Elide Pennisi, alle undici in punto del mattino, uscì dalla stanza ottantuno situata al quinto piano dell’albergo quattro stelle di Taormina situato a metà monte di fronte a Isolabella   ***

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