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Interviste

Intervista a Franco Filiberto

“L’idea di raccontare una storia è, per quanto mi riguarda, come la brace sotto la cenere. Il fuoco c’è ma ha bisogno di un soffio, un refolo di vento per far scaturire la fiamma viva. Quel soffio è appunto quel qualcosa che senza preavviso, e in modo sempre diverso, da il via alla costruzione della storia che, una volta strutturata si arricchisce man mano di nuovi aspetti, dettagli, situazioni e fatti collaterali. L’ispirazione. Ogni caso è diverso dagli altri”.

Scoprite cos’altro ci ha raccontato lo scrittore Franco Filiberto in quest’intervista.

Benvenuto, Franco! Raccontaci qualcosa di te: di cosa ti occupi? Cosa sogni? Dove vivi?

Sono nato nel luglio del 1948 quindi un bel po’ di tempo fa e condensare in poche parole una vita intera non è facile. Ho fatto studi artistici, ho fatto il pubblicitario e il visualizer, ho dipinto quadri, ho fatto l’ufficiale dei paracadutisti, ho costruito pesci di metallo e su questa strada potrei continuare a lungo. Attualmente lavoro come art director nel campo della pubblicità e scrivo romanzi, per la maggior parte gialli. Vivo con mia moglie in campagna vicino a Pisa, ho un giardino piuttosto grande e due cani. Il mio sogno è che i due cuccioli smettano presto di fare buche ovunque.

Cosa ti viene in mente se pensi a quando hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere abbastanza presto, per lo più racconti o romanzi brevi, ma per mancanza di tempo, o forse di coraggio, non avevo mai percorso la strada della pubblicazione, cosa che ho affrontato fra mille difficoltà molto tempo dopo grazie alle insistenze di mia moglie. Se ripenso a quei tempi lontani dei miei primi approcci alla scrittura, mi tornano in mente due cose su tutte. La prima è sicuramente l’ingenuità e la fantasia che animavano i miei scritti, la seconda la voglia di raccontare le storie che nascevano dentro di me e che potevo modellare a mio piacimento.

Quanti libri hai già pubblicato?

Ho pubblicato, per ora, tre dei miei lavori escludendo racconti e antologie. In due dei romanzi pubblicati i personaggi principali sono gli stessi e costituiscono la squadra investigativa che è possibile ritrovare ne “La mossa del gambero”.

La mossa del gambero

Cosa racconti solitamente nei tuoi libri?

Scrivo quasi esclusivamente libri o racconti gialli. Insieme a quella dell’enigmistica, quella del poliziesco è una passione che ho ereditato da mio padre e sono cresciuto tra librerie colme di romanzi gialli e infinite raccolte di riviste piene di sciarade, rebus e cruciverba.
Nei miei romanzi cerco sempre di dare risalto alla parte poliziesca che è, e a mio avviso deve essere, il cuore della narrazione senza ricercare la facile emozione o la nota a effetto attraverso divagazioni di vario genere.
I miei personaggi nascono, più o meno tutti, dall’osservazione di persone reali, persone che conosco e dalle quali traggo note caratteriali, manie, piccoli tic, pregi e difetti che contribuiscono a disegnare l’aspetto psicologico degli attori che animano le storie che racconto.

Ci racconti da dove nasce la tua ispirazione?

L’idea di raccontare una storia è, per quanto mi riguarda, come la brace sotto la cenere. Il fuoco c’è ma ha bisogno di un soffio, un refolo di vento per far scaturire la fiamma viva. Quel soffio è appunto quel qualcosa che senza preavviso, e in modo sempre diverso, da il via alla costruzione della storia che, una volta strutturata si arricchisce man mano di nuovi aspetti, dettagli, situazioni e fatti collaterali. L’ispirazione. Ogni caso è diverso dagli altri. Nel mio ultimo romanzo la scintilla è scoccata ascoltando il discorso del Papa rivolto alle vittime di abusi da parte del clero. A loro il Pontefice ha chiesto scusa e io mi sono chiesto se quelle scuse, per quanto accorate e sofferte potessero essere sufficienti. E se per qualcuno di quei bambini diventati ormai adulti non bastassero le scuse? Così è nato “La mossa del gambero”.

Scegli una citazione che rappresenti te.

Ho sempre avuto maggiore stima delle persone che hanno dubbi, che non danno mai nulla per scontato, che non si accontentano di come le cose appaiono a prima vista, quindi la citazione che mi è più vicina è questa riflessione:
Pandolfi si fermò a riflettere su quanto odio, quanta malvagità avesse aleggiato intorno a lui durante quell’indagine, di quanta perversione fosse stato testimone nei mesi trascorsi e anche quanta pena avesse provato per quelle vite bruciate, quella dei fratelli Boero e quella del loro figlio, nato dalla loro unione e vissuto nell’abbandono. Pena, orrore, sconforto, necessità di giustizia: sentimenti forti e contrastanti che si rincorrevano nella sua mente, che tentavano di confondere e sbiadire la sua linea di confine fra il bene e il male. Gli venne in mente suo padre quando cercava di spiegargli le variabili sulla linea di orizzonte. Lui era un bambino e la rotondità della Terra, l’altezza del punto di osservazione, la limpidezza dell’aria erano concetti che non riusciva a capire completamente. Capì solo che quella linea, che lui vedeva distintamente, in realtà non era lì per tutti, non era un confine fisso e assoluto. Insomma, quella linea poteva essere altrove. Scacciò il pensiero, quasi temesse che quel paragone tra l’orizzonte e la linea di confine tra bene e male potesse influenzare il suo punto di vista sull’accaduto, o sugli attori di quella tragedia. Valutare quelle variabili non spettava a lui, il suo compito gli era chiaro e lui, quel compito, l’avrebbe portato a termine.

Descrivi cosa rappresenta per te la scrittura.

Per me scrivere significa raccontare, dare la possibilità ad altri di entrare in un mondo che io stesso ho costruito e nel quale si muovono personaggi che nascono dalla mia fantasia. So che può apparire banale ma, per quanto mi riguarda, scrivere è proprio questo. Man mano che i caratteri si delineano, che i luoghi si mostrano, che gli accadimenti si snodano, ogni cosa sembra avere una sua strada da percorrere e ciò che in un primo tempo era solo un disegno della mente, acquista forza, prende coscienza di sé, sembra quasi materializzarsi. E in questo caleidoscopio di sentimenti, di odio e d’amore, di viltà e di coraggio, di vendetta e di perdono, piccoli pezzi di te si staccano e vanno ad attaccarsi per sempre ai tuoi personaggi. Non vi sembra una magia?

A Voi la parola!

Grazie, Franco!

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