Scrittoio
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Narrativa

Scogliera

Quella notte fu breve e inquieta e parte di essa l’avevo trascorsa in una festa troppo lontana da ciò che ero diventato. Fuggito dalla folla, le prime gocce di pioggia mi sferzarono la vista come una ginestra nel deserto. Mi sentivo attonito e rabbrividivo ad ogni passo. La strada era vuota ed io parte di essa. Rientrai furiosamente a casa, sotto lo scorrere della pioggia divenuta immane, e ritenni opportuno convogliare la mia energia negativa in qualcosa di più grande. L’oscurità della stanza mi accolse e, nel buio, mi sentii a casa. A passi sicuri mi avvicinai alla scrivania. Le tempie premevano sul cervello e d’un tratto mi sentii barcollare. Mi misi a sedere e tirai fuori i quaderni e i diari e le pagine strappate e quelle ancora candide. Scrivere era per me una liberazione di malinconia e tristezza che, almeno nella vita quotidiana, mi sforzavo di celare ma che la notte si scatenava come un’idra. Un’immersione nella consapevolezza in cui, spesso per assenza di fiato, ero incapace di riemergere. Ma le parole, assonnate e fragili, non venivano fuori come avrei voluto, nonostante la foga con cui tentavo di risvegliarle dal loro torpore. Attribuì tutto all’insonnia latente, una serpe insinuatasi in me ormai da troppo tempo. Mi sentivo bistrattato e tradito, anche se non avrei saputo dire da cosa. Probabilmente dalla mia immagine speculare. Era ripugnante.

Lasciai perdere i fogli ingialliti, che scottavano tra le mani in attesa di qualcuno che li riempisse, e tentai di dormire. Il mattino dopo, come facevo ormai da anni, avrei percorso il litorale in una salvifica corsa verso il nulla. Era in occasioni come quella che il mio istinto si risvegliava riportandomi all’estasi, primitiva e ultima, della libertà. Ma il sonno tardava a giungere; mi circondava soltanto il mormorio disperato della pioggia, infangata della sua purezza. Sembrava volesse comunicarmi qualcosa. I suoni erano ovattati a causa della finestra chiusa. Smisi di guardare il soffitto, ogni tanto illuminato dai lampi, mi alzai e andai ad aprire l’infisso.In quell’istante un tuono risolse il silenzio spasmodico e il vento entrò e mi cinse il petto. Un brivido attraversò le ossa e respirai il temporale che si abbatteva davanti ai miei occhi. In quel momento, un’idea mi balenò nella mente: pensai che, forse, era proprio questo il motivo per cui non riuscivo ad esprimermi. Riprendendo un metodo caro a Dalì, decisi che avrei scritto chiudendo le palpebre, con la speranza di aprire i cassetti più reconditi dell’inconscio e dei tabù che tanto angustiavano l’anima. Spalancai la finestra, lasciando uscire il buio negletto e facendo entrare così quello fresco e dolce della notte burrascosa.Mi sdraiai a terra, vicino la finestra, portando con me tutta quella carta lacrimata che la pioggia inesorabile baciò incondizionatamente. Presi la penna e chiusi gli occhi.

 

“La bellezza sta nell’insoddisfazione, nel dolore dell’affanno, nella nostalgia degli elucubri inquieti di cui il poeta uomo è spettatore schiavizzato e tragico eroe protagonista[…]simbiotici solitari del totalitarismo sociale[…]sfaccettata opprimente, costringe all’immobilità[…]Il timore della luce, di ciò che conosciamo e reputiamo vero[…]abbandonare il castello di carte: la morte dell’anima; continuare a salire verso un cielo arido e sconosciuto e inconoscibile[…] (convinzioni)ostacoli liscio e ruvido indifferenti[…]il giudizio dei pochi è allontanato e denigrato dalla società, abituata a vivere in un mondo che non è più il suo[…]Essere felice nei sogni come nelle illusioni, di cui l’anima si nutre ed il cuore si innamora[…]non riesco a far altro che naufragare, crogiolandomi in un flusso incessante di ridondanze e anfratti mnemonici[…]Rabbrividisco …tentativo di mettere ordine…oscurità del mio cervello[…]Cerco di dormire o, forse di vivere?

 

L’alba giunse inaspettata e debole. Fui galvanizzato dal fatto di non aver dormito di fronte a quello spettacolo .Le folate di vento erano cessate ma continuava ancora a piovere, sebbene con minore intensità rispetto ai minuti o alle ore precedenti. In effetti non avevo idea di quanto tempo fosse passato. Avevo riempito diverse pagine ma non ebbi tempo di guardarle. Erano già le 05:13 e dovevo vestirmi e fare colazione e uscire per la mia grande quanto inutile impresa. Rimasi immobile per un minuto. Non ero poi così fradicio come pensavo, ma ero indolenzito e sembrava che al mio interno contenessi ghiaccio. Quando fui finalmente in grado di mettermi ritto in piedi, non accusai la stanchezza che avrei dovuto sentire. Certo, i suoni che percepivo ora erano molto più ovattati, la mia vista era simile ad un barlume appannato. Ma, nel complesso, ero ancora vivo. E, soprattutto, determinato.

Indossai le mie scarpe da corsa, vecchie e scassate Reebok con più di mille chilometri all’attivo. E si sentivano tutti. La suola, nonostante le modifiche praticate nel tentativo di allungarne la vita media, era ormai un permeabile colabrodo. La salda tomaia era diventata fragile e divisa all’interno, la punta forata in alcune sezioni, l’ammortizzazione quasi inesistente e tutta focalizzata nella zona del tacco. Quella che un tempo era una calzatura agile e prestante appariva ora putrida ed in decomposizione. Ma non importava. Erano più simili a me di qualsiasi altra cosa possedessi. Quelle A3 avevano vissuto ogni parte della mia storia e non le avrei cambiate per nulla al mondo.

Uscì di casa a lunghe falcate. Faceva molto freddo e tremavo mentre il cielo plumbeo e minaccioso si stagliava a nord. Non era credibile per una mattina di mezza estate, ma fu elettrizzante e la mia mente iniziò a fantasticare sulla vita e la morte. Qualche goccia di pioggia pendeva dai miei capelli, quando raggiunsi la spiaggia. Il mare, ineludibile presenza con cui mi identificavo e scontravo, si stava acquietando lentamente dopo la notte tormentata. Sullo sfondo, un fulmine saettò frammentando il cielo così come il dubbio aveva frastagliato la mia mente. Osservai per qualche secondo, affranto, quel magnifico scenario e iniziai a fare stretching. Erano le 06:05 e del sole ancora nessuna traccia. In fondo, mi andava bene così. Il mio sogno ricorrente, le volte in cui dormivo, presentava spesso una cornice del genere, mentre correvo verso la scogliera. Ogni volta culminava con il mio perire ramingo, ma non era quello a preoccuparmi. Il mio più grande dolore era l’impossibilità di fare, o quantomeno tentare di fare, ciò che da sempre amavo e per cui strenuamente avevo combattuto. Lo spettro di una vita pallida e mediocre, priva di desideri, e costretta all’immobilità aleggiava su di me e la corsa non era che un farmaco inefficace ,poiché di breve durata. Iniziai a correre, ma dopo i primi metri il mio organismo iniziò a dimostrarmi la sua sfiducia. I muscoli erano indolenziti e pesanti da muovere mentre la bile saliva prepotentemente alla gola. Rallentai senza fermarmi, cercando di mettere ordine a tutto questo come avrei voluto fare per la mia vita.

La scogliera si apriva a me come la ramificazione fisica della mia inquietudine. Aveva un profumo di rocce calcaree, di muschio e sale e pioggia. Era l’odore che avrei voluto sentire avvicinandomi al collo di una donna. Si estendeva per chilometri, uno scheletro posto dall’uomo a protezione dei binari ferroviari sovrastanti, ma dotato di vita propria. Iniziai a saltare da un masso e l’altro, arrampicandomi prima lentamente e poi vorticosamente. Più dei tuoni e dei fulmini riecheggianti nell’aria palpabile era il mare greve a sovrastare la foschia di quel mattino, ruggendo con i suoi boati discontinui. Come se ci facessimo coraggio a vicenda, io e lui. Per quanto stanco e sconquassato, non potei non sorridere di fronte a quello che da tre anni era diventato il mio locus amenus. Mi feci forza e scivolai e caddi e abbracciai le rocce, rese vivide dai tuoni vibranti e dal mare affannato. Sorrisi di nuovo, senza rendermi conto di essermi tagliato ripetutamente e di perdere sangue. In poco tempo quella sostanza mi ricoprì interamente. Era dappertutto. La mia mente vacillava ed ero troppo impegnato a muovermi per guardare. Sangue, pioggia, sudore, acqua; non avevo idea di cosa fosse. Ma erano lacrime.

Il sole si affacciò tardivamente dalle montagne ad est, ancora ricoperto di nuvole, come se fosse stato improvvisamente svegliato da un incubo. Pensai di non essere stato l’unico ad aver sofferto e me ne rallegrai. Ero giunto quasi a metà del tragitto: ora la scogliera diradava lasciando nuovamente spazio alla sabbia. Saltai dagli ultimi scogli, baluardi selvaggi imprigionati a difesa del consumo, e piantai i piedi su una distesa di sassi morbidissimi e friabili. Ero stremato e rifiatai. Mi accorsi di non aver praticamente bevuto e ripresi a camminare, finendo tutta l’acqua che avevo con me. Non sapevo quanto questo fiotto di adrenalina e incoscienza sarebbe durato, ma on volevo perderne neanche un istante. Stavo rimettendo a posto la bottiglia vuota nello zaino quando mi parve di vedere, ad alcune centinaia di metri da me, uno stormo di gabbiani assiepati sulla battigia. In quel momento il sole si liberò del suo volto cinereo con una lama di luce che mi ferì lo sguardo. Strabuzzai gli occhi e fu come se avessi recuperato la vista. Ora riuscivo a vedere i volatili distintamente.

Mi misi in marcia, senza più pensare. Fu un irresistibile moto interiore, disperato quanto solidale. Adesso anche la spiaggia era limpida e soave ed il mare calmo e paziente. All’inizio mi sembrava di trascinare i piedi, come se fossero trattenuti da catene. Continuai ad avanzare, zoppicante e malfermo, come prigioniero attratto da forze inconoscibili e misteriose. Poi, ad un tratto, pervaso da un’aura di mistica glorificazione, sentii la mia anima scindersi e muoversi parallela a me. Guardai di nuovo i gabbiani, ed il mio sogno si risvegliò. Il fallimentare simulacro crollò improvvisamente e provai una sensazione antica, ancestrale. Una suggestione di vittoria, quella che non avevo mai avuto l’opportunità di sentire. La fatica scomparve e iniziai a correre sempre più forte, più veloce. Ancora una volta, sfidai me stesso in un gioco titanico .Urlai. Un grido disumano, intrinseco, disperato, così fragilmente nobile da non riuscire a controllarlo percorse ogni fibra del mio corpo. Forse fu la gioia di quel dono, o la paura di perderlo. Urlai ancora e ancora un’altra volta. Sentivo il cuore contorcersi e dimenarsi furiosamente come un cavallo indomabile e schivo. Ardevo dal bisogno di strapparlo dal petto. Vidi i gabbiani alzarsi in volo e li inseguii senza guardare dove stavo andando. I miei occhi erano un brivido bellissimo. Per notti intere avevo vissuto il sogno della liberazione durante una corsa al mattino. Le urla dimenate ai quattro angoli del globo colpevoli di non riconoscere il mio dolore, lo strazio dell’anima che si divincola uscendo fuori dai polmoni e lasciandomi senz’aria. I battiti che rabbrividiscono il corpo fino alle ossa e le tempie che premono sugli occhi, offuscando la vista precaria nel bagno di sudore liberatorio. Nonostante ciò, correre con la rinata e gaudente speranza di potermi estraniare, astrarmi definitivamente. Venire a contatto con l’astrale vita delle nuvole, smettendo di essere una freccia maledetta capace di spandere sofferenza in ogni luogo. Curare e sanare ogni mia devianza e ferita ulcerosa. Riportandomi alla vita; nella morte. “Che io possa spiccare il volo”.

L’agile ed effimera illusione si insinuò nelle ossa, strappandomi dal gradevole sogno e ridandomi aria quando non ne avrei voluto; allentando la mia falcata, anestetizzandomi le gambe in una morsa irriducibile. Impedendo la mia metamorfosi. E, infine, togliendomi la ridente vista divenuta astrale.Accompagnai in un romantico afflato tutti i gabbiani, fino all’ultimo, al loro viaggio. Donai loro la forza e la vividezza del mio sogno lacerato e, senza più desideri, caddi a terra esanime. Troppo ancorato alla nuda terra, incapace di volare. Assuefatto dall’azzurro marino, che scavava nelle ossa, piansi una sola lacrima di cielo.

Di nuovo in piedi, ripresi a correre.

 

Riemersi dal torpore. La stanza era pallida e fredda. Aprii gli occhi e vidi i fogli bagnati vuoti e spenti. Mi alzai, incespicando per i muscoli atrofizzati, e andai a chiudere la finestra. Il vento spandeva la pioggia come tentacoli vorticosi. Sentivo lo scorrere e l’avvicinarsi di quelle gocce d’acqua come di vite umane, affastellate in un fluire continuo da cui ero escluso. Intrappolato in un coercitivo punto zero. Ogni tentativo di ribellione veniva stroncato dalla mediocrità moderna e non esisteva felicità duratura, ma sterile attesa, per le anime che non vogliono perseguirla. Chiusi nuovamente gli occhi e ricominciai a scrivere.

 

Simone Francesco Mandarini

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