Scrittoio
Narrativa

La voce muta del mare

Saranno passati almeno vent’anni da quando per l’ultima volta andai a sedermi su quello scoglio. Era il mese di settembre. Il sole si inchinò dinanzi a me per l’ennesima volta scomparendo in silenzio dietro quella linea perfetta e illusoria che noi umani chiamiamo orizzonte. Il mare si infrangeva sulla roccia sotto i miei piedi con grande fragore e tornava indietro come un guerriero in ritirata. E poi ricominciava di nuovo a battersi, instancabile. In questo continuo andirivieni lasciava alle sue spalle una spuma bianca. Leggera si accalcava alle pareti rocciose dello scoglio, evanescente. La osservavo formarsi e disfarsi, un ciclo continuo che non conosce eccezioni. La perfezione della natura nella molteplicità del mare. Mi recavo su quello scoglio ogni sera, al tramonto. Mi inerpicavo su una parete rocciosa costeggiata da una piccola stradina a strapiombo sulla costa e lo trovavo ogni sera ad aspettarmi. C’era sempre il mare, compagno fedele. Osservavo con ammirazione la puntualità dell’alta marea: ad ogni luna piena il mare si innalzava al cielo ad osannarla e lo faceva piano, finché non lambiva le punte dei miei piedi. Mi lasciavo accarezzare dal lento ondeggiare per qualche minuto e andavo via, ma lei restava, lei, la pittrice del mare. Ricordo di averla sempre incontrata su quello scoglio, mai altrove. Sempre nella stessa posizione e con la stessa veste. Portava una toga azzurra che sembrava due o tre toni più scura o chiara del solito secondo l’esposizione alla luce del sole e al suo modo di riflettersi sulla superficie del mare. Quella donna aveva sicuramente la mia età, ma qualcosa del suo essere mi portò diverse volte a credere che fosse più giovane nei pensieri e nel cuore di quanto in realtà non dimostrasse in volto. Una bambina si celava dietro la sua figura. Aveva dei capelli scompigliati e annodati dalla brezza di quel mare, sebbene estremamente ordinati nel loro disordine. Teneva sempre tra le mani un pennello dalla punta fine e sulle sue gambe poggiava un telo bianco incorniciato in una rudimentale cornice di legno. Era la sua tela, mai nulla vidi dipinto su quella stoffa candida. L’ho sempre incontrata fin da quando mio padre portava una me bambina al mare per ascoltarne il rumore attraverso le conchiglie. All’inizio la osservavo da lontano e mi fermavo. Poi cercavo di avvicinarmi a lei, ma la voce di mio padre era più forte della sua che era muta. La sua era la voce del mare. Non si voltò mai quella donna, mai sentii realmente la sua voce, ma da sempre ho saputo che il mio posto era accanto a lei. Arrivò il giorno in cui diventai abbastanza grande da poterci andare da sola sulla spiaggia. La prima volta che i miei piedi furono sfiorati dalla sabbia, senza che ci fosse la voce di mio padre alle mie spalle, fu un pomeriggio di settembre. E sarebbe stato anche l’ultimo. Quella volta mi fermai ad osservare la pittrice del mare da lontano. La sua voce mi chiamò con un suono muto, come aveva sempre fatto. E quella volta andai. Dopo aver preso posto al suo fianco, ebbi timore a guardarla. La pittrice aveva una pelle diafana, immune da qualsiasi imperfezione, candida a tal punto che ho pensato spesso che il colore del mare potesse imbrattarla, che ogni mio gesto potesse alterare l’equilibrio dinamico che in quel corpo si realizzava. Un giorno arrivai in ritardo, cominciai a correre sprecando tutto il fiato che avevo in corpo per raggiungerla. Ero terrorizzata dal pensiero che fosse andata via. E invece era lì la pittrice del mare. Quella sera la osservai meglio, era davvero lì, mi aveva aspettato. E mentre la scrutavo, mi accorsi che nessuna tavolozza con colori vivaci era vicina a lei. C’era solo una conchiglia dall’incavo più profondo nascosta tra le pieghe della sua veste. L’acqua del mare strabordava dal contorno orlato della conchiglia ogni qualvolta la pittrice vi intingeva il suo pennello. Piano oscillava, si agitava, e tornava alla quiete iniziale. Silenzio. Solo il rumore delle onde che si battevano sullo scoglio. E subito la pittrice con infinita leggerezza portava la mano sulla tela e il pennello dipingeva il mare. In questo movimento le sue dita sembravano spezzarsi, era pesante il mare. Era pesante il mare con le sue storie e i suoi misteri. La goccia d’acqua sfiorava appena la stoffa e vi si infiltrava. Lasciava un alone grigiastro subito cancellato dal calore del sole. La pittrice del mare dipingeva il mare con il mare. Riponeva il pennello in una nicchia dello scoglio e passava piano una mano sulla tela, rituale perpetuo. Le sue mani si imbrattavano di sale. Il sale della vita, il mare. Quello stesso mare che è una cattedrale che non conosce religione, ma solo preghiere. E ogni preghiera innalzata a lui viene trasformata nel sale che dà sapore alle nostre giornate, dolce o amaro che sia. Solo oggi, avvolta nel grigiore del cielo di Torino, capisco che il mare di fatto non aveva assolutamente nessun colore. Anzi, ne ha mille, uno per ogni nostra emozione, per ogni nostra passione, preghiera o per ogni nostro desiderio. E tutti i suoi colori erano inghiottiti nel bianco profondo della tela della pittrice. Così che ciascuno guardandola potesse vedervi se stesso, potesse scorgervi il colore del proprio io.  Perché in fondo il mare è questo: è uno stato dell’anima. Può sembrare un compagno fedele, talvolta un mostro. O ancora un cantastorie, un amico cui raccontare segreti. Aspettando la metro al solito posto, oggi ho capito che devo smetterla di aspettare la mia anima agli angoli delle strade di questa città. Perché la mia anima è intrappolata nella trama grossolana di quella tela rudimentale, è rimasta incastrata nella pelle della pittrice del mare. Più invecchiata, ma giovane come sempre lo è stata. E’ rimasta ferma, dove l’ho incontrata ogni giorno per anni. Su quello scoglio a strapiombo sul mare.

Related posts

ESSERE FORTE PER DUE NON VUOL DIRE ESSERE IMBATTIBILE

Rob

Non un posto, ma quello che proviamo. METE.

Sere

HOUSE- Incipit

dazzopard

Lascia un Commento