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Narrativa

Moltitudini solitarie

Ricordo quel pomeriggio di settembre di trent’anni fa, ricordo i miei diciotto anni, e i miei occhi impercettibilmente socchiusi divenuti, senza sapere che lo sarebbero stati per l’ultima volta, triste e titubante specchio del profilo superbo delle montagne che si stagliavano all’orizzonte come impeccabili spettatrici mai annoiate da spettacoli di albe e tramonti che si ripetevano sempre uguali da migliaia di anni dinanzi quella tenuta di un borgo di campagna, seno materno e abbraccio rassicurante della mia infanzia. Fotografavo sulle mie iridi banalmente castane, come se già non l’avessi fatto abbastanza, le rughe profonde di quelle cime, le loro chiome, le loro forme spigolose e poco sinuose che sarebbero rimaste lì ancorate, mentre tutto sarebbe passato, sarebbe cambiato, mentre in una città del nord Europa io mi sarei persa, ritrovata, persa e ritrovata di nuovo, come mai mi era successo giocando su quel manto soffice e verde del campo con dei bambini di cui non ricordo neppure il nome, oggi uomini e numeri in città lontane. Come mai mi era successo in quel cortile, scorrazzando nello spazio delimitato a est dalle montagne e a ovest dalla mia vecchia casa, oggi divenuta un cumulo di macerie in attesa di essere smaltite per la costruzione di quello che sarà un grande complesso industriale per produzione e distribuzione internazionale di vino pregiato. Ricordo che il vento di tramontana mi scompigliava i capelli e li annodava, e lo stesso faceva con i miei pensieri e con le mie incertezze che in moltitudine gravavano sul cuore di una diciottenne quale ero. Quel pomeriggio di settembre di trenta anni fa si moltiplico’ dentro il mio cuore il germe dell’insoddisfazione che già da tempo vi albergava silenzioso e crudele: quel campo un tempo infinito era diventato eccessivamente angusto, limitato e infinitamente non infinito contrariamente a come lo avevo creduto fino a pochi anni prima, quelle montagne non aspettavano altro che essere valicate e io non aspettavo altro che vedere nuove albe e nuovi tramonti da nuove prospettive. Nuove prospettive che avrebbero preso di lì a pochi giorni forma, rivelandosi dannatamente e irrimediabilmente diverse da come le avevo sempre immaginate, viste sui giornali locali o sentite raccontare dal vecchio sig. Colletti, che per altro non le aveva mai viste, seduto comodamente sulla sedia dell’unico bar di quel borgo di provincia. Città-inferno elegantemente storpiate dal lavoro impeccabile della mente dell’uomo, dalla sua immaginazione, dalla mia immaginazione. Un’improvvisa frenata della metro mi riporta bruscamente in quella capsula di vetro e metallo che a tutta velocità è diretta a Leicester square. Siamo tutti stipati come destinati a essere smistati in un campo di concentramento. E in fondo (e un po’ anche in superficie) è questa la città: un campo di concentramento in chiave moderna e più subdola, e noi non lo vediamo, noi.. Non lo sappiamo. Fisso ancora per un attimo le colline erbose che si profilano dietro la donna sui trent’anni dal sorriso smagliante dello sponsor bancario affisso accanto alla vetrata del vagone e mi domando se mai potrò rivederle quelle montagne.. Se mai potrò. Se mai potrò vederlo di nuovo quel verde, quel blu cobalto del cielo di marzo, il rosso scarlatto delle mele appena raccolte, se mai potrò liberarmi da questo grigiore cupo che come un morbo crudele mi imbratta il viso, la pelle e il cuore, fin dentro le ossa. Se mai potrò. Immersa nel colore dei ricordi e nella piattezza cinerea della Londra sotterranea cerco invano un sorriso vero intorno a me, tra i tanti automi in carne e ossa che mi circondano, un sorriso, uno solo, un sorriso, per me. Lo cerco, invano, su quelle maschere di cera colata in serie, cera bianca e cera nera. Blocchi di cera in giacca e cravatta, blocchi di cera avvolti in stracci e blocchi di cera con gli occhi vitrei puntati su freddi display di aggeggi di ultima generazione, trappole per uomini meno furbi di topi, uomini prigionieri della trappola del progresso, artefici della propria disintegrazione. Mi chiedo perché mi ostini a cercare da anni un appiglio di felicità che faccia da contraltare al mio bisogno di affetto sul volto di qualcuno che vive nel microcosmo racchiuso nei bordi di un cellulare ladro di tempo e di vita. Siamo tutti rapiti dalla quotidianità, dal turbine di impegni e di doveri cui dobbiamo giornalmente attendere al punto da non avere neppure il tempo di trovarci in un angolo, dentro di noi, dopo esserci persi nei meandri contorti di questa Londra solo apparentemente calda e accogliente. Ultima fermata prima di Leicester square, lasciano i loro posti circa una dozzina di uomini di cera bianca e nera, dopo aver impresso su quei sedili in vecchia gomma piuma l’impronta di un corpo narratore di una vita vuota e monotona. Osservando quelle pedine allontanarsi tra la moltitudine di uomini e donne dai volti stanchi e, anche se giovani, tutti tristemente invecchiati dal mostro della solitudine, mi rendo conto di quanto sia paradossale parlare di integrazione tra uomini se l’uomo si sta progressivamente disintegrando con le sue stesse mani. La capsula riparte a tutta velocità, scava come un tarlo le profondità della Terra, Madre violentata e succube di qualcosa cui non può ribellarsi. Leicester square, sono arrivata. Sussurrando un arrivederci a mezze labbra che non ottiene risposta alcuna, lascio sospesi nell’aria malsana di quel vagone i miei pensieri. Li vedo accalcarsi sul vetro e scivolare su di esso sfiniti e irrisolti. Cammino all’indietro perché voglio osservarli finché mi è possibile e sbadatamente inciampo nella coperta in lana stracciata di un barbone che è raggomitolato in un angolo sul pavimento sporco di quella stazione. Urla, si dimena, ha paura. Ho paura anche io, vittima inconsapevole dei pregiudizi che questa società ha iniettato in me in piccole dosi. Nella mia mente quel barbone è un intoccabile, un non uomo, un mostro: così mi hanno detto. Corro, scappo, salgo frettolosamente una rampa di scale stranamente poco affollata e mi ritrovo poco distante da Leicester. Con passo svelto mi faccio spazio a fatica tra la folla, mentre sento le lacrime fare capolino tra le mie ciglia e la pelle, bruciarla e corroderla. Corro con tutta la forza che ho e intorno a me, nel rumore, io sento soltanto: silenzio. Trovo tutti sordi al mio appello. Arrivo a Green Park e trovo posto sulla prima panchina distrutta che mi trovo davanti. Sospiro e una nuvola di vita si condensa nell’aria, si aggiunge alle nuvole del cielo – c’è spazio, qui – mi dicono. E’ questo il cielo di Londra, un quaderno infinito di pagine bianche colorato di grigio dalla tristezza degli uomini. Questa sera, Londra piange lacrime di pioggia acida, mi intride i capelli e riga il mio viso. Gocce impiastricciate della cera della maschera del mio volto bagnano le mie mani e piegando all’indietro la testa per guardare il cielo, guardo. Guardo un punto preciso e indefinito nella trama intessuta dai rami di quel verde speranza sbiadito, screziato di rosso e verde nelle estremità delle foglie – le stesse che di giorno graffiano il cielo di Londra e la sera si fondono con esso – divenute amanti gelose della grazia di stelle invisibili e morbido letto per esse. Stelle invisibili e nascoste, rapite dalle luci del parco, del Tower Bridge, di Harrods. A chi darò il compito di alleviare la mia solitudine se non ci sono stelle? Allora mi fermo ad ascoltare la nenia di questi rami che nel cerchio dal diametro di questa panchina, cantando sulle note del vento del Nord il dolore delle storie di madri e padri, figli e famiglie, bianchi e neri, partenze e arrivi, lo rendono poesia universale, dolore sopportabile e comune. La luce di un lampione mi permette di specchiarmi in una pozzanghera creatasi nell’incavo del sentiero sotto i miei piedi e vedo la mia vecchia me. Non c’è traccia di quella pasta cerosa fatta di mode, pregiudizi morali e insicurezze che la città mi aveva magistralmente spalmato sugli zigomi, intorno agli occhi e sulle labbra. In questo posto appartato ai confini dell’angoscia metropolitana, ho ritrovato me stessa. Nella solitudine di questa moltitudine, ho scoperto che non mi sono affatto persa.

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