Scrittoio
Narrativa

DI PARTIGIANI, DI MORTE E DI TESORI

Di Partigiani

 

A quell’ora del pomeriggio faceva un caldo porco. I tre ragazzi poco più che ventenni avanzavano nella boscaglia che costeggiava la Pedemontana, erano quasi a metà strada tra Sermoneta e Sezze. Di crucchi ormai ce n’erano pochi ma era sempre meglio non andarsene in giro allo scoperto, specie se si aveva da compiere una missione come la loro.

Avanzavano in formazione di copertura, distanti un paio di metri l’uno dall’altro. Ogni tanto si fermavano ad annusare l’aria e ad ascoltare il vento. Si scambiavano rapide occhiate e continuavano.

Il primo era un omone di oltre un metro e ottanta centimetri. Che provenisse da una famiglia di boscaioli lo aveva scritto in faccia. Lo chiamavano Bubu.

Il secondo era molto più basso, tutto nervi. Era figlio di un bracciante della zona e il suo naso ricordava ancestrali ascendenze greche. Lo chiamavano Schizzo.

Il terzo, invece, sembrava fuori luogo con quel mitra a tracolla e gli occhiali spessi da miope. Lo chiamavano il Professore.

Chi fossero stati prima della guerra ormai non aveva importanza. Tutto era stato cancellato, azzerato, dimenticato. Dormivano pensando sempre che sarebbe stata la loro ultima notte e combattevano perché non avrebbero potuto non farlo. Era la grande occasione per fare un’Italia migliore, un’Italia dove ci sarebbe stato pane, giustizia e libertà per tutti.

Dopo circa un’oretta di cammino arrivarono alla meta. L’ultimo tratto non era stato facile ma erano lì.

Scelsero con cura il punto migliore, poi Schizzo e Bubu si accinsero a scavare mentre il Professore iniziò a scrivere qualcosa con un mozzicone di matita sul retro di una vecchia foto ingiallita.

Passò circa un’oretta ma alla fine tutto era stato fatto e i tre partigiani che erano arrivati col sole se ne andarono nel vento.

 

Di Morte

 

Un uomo parecchio anziano col cranio fracassato riverso sul pavimento del salotto della sua modesta casetta popolare, molto probabilmente a scopo di furto e rapina. Questo fu lo scenario che si trovò di fronte l’ispettore Chiaravalle.

Dopo aver osservato attentamente la scena del crimine, l’investigatore non poté non provare un profondo senso d’amarezza. Pensò che se nel 2012 si ammazzava così un povero vecchio per pochi spiccioli significava veramente che si era al capolinea.

Si appuntò ogni informazione che riteneva gli sarebbe stata utile e poi, per non intralciare la scientifica, decise di uscire dall’appartamento.

Mentre scendeva le scale, gli venne incontro di corsa una ragazza di circa trent’anni, in lacrime e visibilmente sconvolta che ripeteva ossessivamente:

  • Nonno, nonno!.

Chiaravalle capì che quella ragazza non avrebbe mai dovuto vedere in che condizioni era stato ridotto quel pover’uomo così, le bloccò il passaggio e i due finirono per abbracciarsi nello scontro.

  • Signorina, sono l’ispettore Chiaravalle. Mi spiace per quello che è accaduto, ma è meglio per lei se non entra in quell’appartamento.
  • Ma io devo vederlo!.
  • Mi creda, ora è meglio di no. E’ meglio che in mente le restino altre immagini di suo nonno.

Non gli ci volle molto a convincerla. Uscirono insieme dal palazzo e mentre fumavano insieme, complice anche la vicinanza d’età, la ragazza si aprì.

Veronica disse all’ispettore che il suo bisnonno Antonio Trentin, da tutti conosciuto come Bubu, era sempre stato ben voluto da tutti, benché di carattere schivo e riservato. Aveva vissuto quasi tutta la sua vita in una casetta isolata di pietra nei boschi tra Bassiano e Sezze. Una decina d’anni prima lei lo convinse a trasferirsi a Latina per stare vicini in caso di necessità. Entrambi non avevano altri parenti. Lei era orfana e ragazza madre, non aveva che il vecchio avo. Un fiero novantaduenne che conduceva una vita modesta ma dignitosa.

Chiaravalle passò il resto della giornata in ufficio ad esaminare il caso e scoprì che Bubu era stato un partigiano. Questo aumentò in lui il senso di amarezza. Gli venne da pensare a quanto la vita spesso possa essere davvero ironica. Quell’omone era riuscito a sopravvivere ai nazi fascisti, aveva rischiato la pelle per il paese, era riuscito a campare oltre novant’anni per poi morire per mano di un disperato che gli ha portato via pochi spiccioli.

Alla fine dei conti siamo solo degli spari nel cielo, pensò.

Come primo caso non era il massimo per sfoggiare le proprie capacità investigative, ma d’altronde era l’ultimo arrivato e sapeva bene come vanno le cose. Eppure la viltà dell’atto e la non trascurabile avvenenza della pronipote gli fecero prendere subito a cuore l’indagine.

 

Verso le sei di pomeriggio decise di fare due passi. Uscì dall’ufficio e quasi si scontrò con Veronica Trentin.

  • Dobbiamo smetterla di vederci così.

Disse in tono ironico verso la ragazza che dopo una frazione infinitesimale d’imbarazzo gli porse una busta da lettera dalla carta ormai ingiallita.

  • L’ha trovata mio figlio dietro il cassetto del comodino in camera del nonno. Mi ha detto che una volta gli aveva raccontato una storia sulla guerra e su un tesoro. Poi gli aveva mostrato questa.

L’ispettore aprì la busta, piuttosto scettico. Dentro c’era una foto strappata sul lato destro. Nell’immagine in bianco e nero, ormai sbiadita, c’era Bubu molto più giovane, col fazzoletto partigiano al collo e la pistola in bella vista che abbracciava qualcuno, ma il resto era mancante. La girò e il retro si rivelò ancora più interessante. Si vedeva uno strano disegno fatto a matita e qualche scritta in un corsivo illeggibile poiché le parole erano troncate dallo strappo. Fece un sorriso.

  • Sembra davvero parte di una mappa del tesoro.

Benché fosse convinto che si trattasse di un fiasco, decise comunque di approfondire la cosa.

  • Senta, crede che potrei parlare con suo figlio?

Veronica comprese che forse sarebbe stato utile a scoprire chi aveva ammazzato Bubu e, con un dolce sorriso che scioglieva mille tensioni, acconsentì.

  • Va bene ispettore. Tra mezz’ora finisce l’allenamento di basket, se vuole lo porto qui.
  • Non se ne parla, un bambino qui non deve entrare. Vengo al palazzetto e, a proposito, dammi del tu e chiamami Ulisse.
  • Ulisse?
  • Si lo so, è una lunga storia.

 

Stefano, il figlio di Veronica, era un ragazzo dallo sguardo sveglio e per essere un bimbo di sette anni parlava un italiano impeccabile. Mentre mangiava avidamente un gelato, iniziò a raccontare.

  • Nonno Bubu mi ha detto che tanto tempo fa, quando faceva la guerra ai cattivi nazisti, aveva nascosto un tesoro preziosissimo insieme a due suoi amici. Poi mi ha detto che, per ritrovarlo, avevano disegnato una mappa dietro una fotografia, poi l’avevano strappata e ognuno ne ha preso un pezzo. Nonno mi aveva anche fatto vedere il posto dove aveva nascoso il suo.

Si fermò un momento e con la bocca tutta sporca di cioccolato volse lo sguardo alla mamma, quasi a chiedere scusa.

  • Nonno Bubu mi aveva fatto promettere di non dirlo a nessuno, però adesso che è con gli angeli mica si arrabbierà?

Chiaravalle si chinò verso il ragazzino e arruffandogli i capelli lo rassicurò.

  • Non preoccuparti. Sono sicuro che tuo nonno sarà fiero di un ometto come te.

Dopo aver riaccompagnato a casa Veronica e suo figlio si chiuse in ufficio. Si sedette sulla poltrona e iniziò a riflettere sul da farsi. Avrebbe dovuto rintracciare gli altri due compagni di Bubu, ammesso che siano stati ancora vivi. Ordinò all’agente Fusco di recuperare lo stato di servizio di Antonio Trentin. Era una ricerca piuttosto difficile e sapeva che non avrebbe ottenuto nulla per parecchie ore a venire. Chiuse lì la sua giornata e se ne andò al mare, alla Bufalara. Per lui nato e vissuto a Milano ogni momento era buono per andare in spiaggia e respirare la salsedine.

 

Il giorno dopo, non appena entrò nel suo ufficio, noto l’efficienza di Fusco sotto forma dello stato di servizio di Bubu in bella vista sulla sua scrivania. Prima aveva prestato servizio in fanteria, poi dopo l’8 Settembre del 1943, disertò. Imprigionato dai tedeschi, riuscì a fuggire e si unì ai partigiani che operavano in questa zona, la sua terra. Scorrendo la lista dei suoi compagni, una decina di nomi in tutto, si accorse che ormai erano quasi tutti deceduti. Tranne uno. La cosa più strana, però, era l’ultima riga dell’elenco: il nome era stato cancellato da un “omissis”. Chiaravalle iniziò a sentire un sordo formicolio allo stomaco.

Non gli ci volle molto a scoprire che l’unico della lista ad essere ancora in vita, tale Ercole Gracchi, nome di battaglia Schizzo, era ricoverato in una clinica per anziani poco fuori città. Decise di andargli a fare una visita. L’idea che l’omicidio di Trentin e la storia del tesoro avesse un qualche collegamento cominciava a insinuarsi nella mente del poliziotto.

Il povero Gracchi era purtroppo poco lucido a causa di un ictus subito circa un anno prima. Il breve colloquio con quel delirante ultra novantenne non fu però infruttuoso. Al momento in cui l’ispettore mostrò ad Ercole il pezzo di foto col giovane partigiano Bubu, al vecchio si illuminarono gli occhi e disse solo una parola: tesoro. Ulisse non riuscì, però, a farsi dire nient’altro di utile. Avrebbe dovuto controllare di persona nella piccola casa che Gracchi aveva a Sermoneta.

L’idea adesso iniziava a essere ben più consistente.

 

Era la terza volta che si trovava a Sermoneta e la reputava sempre splendida. Girovagò un po’ tra i vicoli prima di recarsi alla dimora di Ercole Gracchi. Quando Chiaravalle si avvicinò alla porta, però, ebbe una brutta sorpresa. Non era chiusa ma solo ben accostata. La spalancò solo per costatare ciò che ormai sapeva: qualcun altro era già stato lì. Sentì d’improvviso l’adrenalina salire, si sentiva alla sua prima vera indagine e questo lo emozionava. La casa era fatta di due stanze, compreso l’ingresso con cucinino, più un bagno. Ulisse sperava che Schizzo avesse usato lo stesso nascondiglio di Bubu e che non fosse stato scoperto. Si diresse nella piccola stanza da letto e, facendosi largo tra la confusione, andò al piccolo comodino di legno accanto al letto, tirò fuori il cassetto dalla guida e sul retro dello stesso trovò una busta da lettera attaccata con un pezzo di nastro adesivo. Lo aprì col cuore che pulsava forte nelle tempie e dentro c’era un altro pezzo della foto. Tirò fuori il suo pezzo dalla tasca e li unì ma non combaciavano. Mancava il terzo pezzo, quello centrale. Quello appartenente al signor “omissis”. Tirò comunque un sospiro misto di sollievo e soddisfazione.

Decise di fare un giro al castello Caetani per schiarirsi le idee. Non seguì il gruppetto nel giro di visita ma se ne restò a girovagare nella piazza d’armi facendo il punto della situazione.

Tre partigiani avevano nascosto un qualche tesoro da qualche parte e ne avevano segnato il punto esatto dietro una foto. Poi l’hanno strappata in tre parti e ognuno ne ha conservata una. A distanza di quasi settant’anni uno di loro viene barbaramente ucciso con l’apparente scopo di furto e rapina mentre la casa di un altro viene rivoltata come un calzino con l’evidente intento di trovare la parte della fotografia. Doveva scoprire al più presto chi era quell’“omissis” anche se non sarebbe stato facile.

Si ricordò che al concorso per ispettori aveva legato con un tipo di Firenze, tale Bonciani Renzo, che sapeva trovarsi al SISMI. Avrebbe potuto fare un tentativo. Prese il telefono, cercò il numero in rubrica e lo chiamò.

Come un pirla era rimasto senza un centesimo di credito, così uscì dal castello e si diresse giù verso Corso Garibaldi in cerca di un posto per ricaricare il cellulare. Alla fine entrò in un’edicola con rivendita di tabacchi e chiese una ricarica telefonica. Mentre attendeva, Ulisse si guardò attorno e restò stupefatto di quanta merce fosse esposta in così pochi metri quadri. Iniziò a dare distrattamente uno sguardo alle riviste esposte in prima fila, tutte le solite riviste di gossip con copertine pressoché simili. Improvvisamente la sua attenzione fu attirata da una rivista locale, la prese in mano, la osservò attentamente e per poco non svenne. Pagò ricarica e rivista e uscì.

Tornò a casa presto e si rilassò con una buona pizza napoletana, un paio di birre ghiacciate e riascoltando per intero “Darkness on the edge of town” di Bruce Springsteen in vinile. Più tardi

Bonciani gli diede il nome del signor “omissis”.

La mattina seguente si recò in Comune, salì tranquillamente al secondo piano e si diresse verso lo studio dell’Assessore.

Appena entrato nello studio, Ulisse notò dietro la scrivania, sopra una mensola, ciò che aveva notato sulla copertina della rivista. Sentì la rabbia pulsargli nelle vene e non resistette. Gettò i due pezzi di foto ingialliti sulla scrivania e sputò fuori tutto il suo veleno:

  • Con quella che ha lì dietro il puzzle è completo.

 

Uscito dalla Questura che erano ormai le otto di sera, Ulisse andò da Veronica.

  • Ah ciao Ulisse come mai qui?
  • Ho risolto il caso.

La ragazza gli saltò al collo facendo un grido di gioia.

  • Lo sapevo!

Si accomodò sul divano e, sorseggiando una birra gelata, Ulisse le raccontò tutto:

  • Il nostro esimio assessore Girolamo Zappetta aveva un nonno partigiano, lo chiamavano il Professore. Lui, il tuo bisnonno e un tizio di nome Schizzo, avevano davvero nascosto un tesoro e ne avevano tracciata la mappa dietro una loro foto che poi hanno strappato e ognuno si è preso la propria parte. Gli anni passano ma chissà perché i tre non recuperano il tesoro, finché l’assessore Zappetta non ne sa dopo la morte del nonno. A questo punto, strozzato dai debiti contratti per la campagna elettorale, l’assessore decide di mettersi a cercare il tesoro sperando in un bel colpo. Perciò, prima ammazza tuo nonno facendolo sembrare un furto, poi mette a soqquadro la casa di Schizzo ma non riesce a trovare i pezzi mancanti della mappa.
  • E tu come lo hai scoperto?

Disse curiosa Veronica. Ulisse diede l’ultimo sorso di birra e sorrise.

  • Pura fortuna. Ero in un’edicola quando ho visto sulla copertina di una rivista locale la foto di Zappetta seduto dietro la scrivania e ho notato che su una mensola dietro di lui c’era proprio il pezzo di foto mancante. Così sono andato da lui e con un po’ di pressione ha ceduto. Gente come lui è codarda e vigliacca.

 

Di Tesori

 

A quell’ora del pomeriggio faceva un caldo porco. L’ispettore Chiaravalle si stava inerpicando su di una collina in mezzo all’erba alta e sentiva il sudore bagnargli il retro della camicia.

Si fermò un attimo a rifiatare, alzò gli occhi e vide che la Torre dell’Acqua Puzza era ormai a una decina di metri.

Una volta arrivato alla sua base tirò fuori una fotocopia della mappa ricavata dall’unione dei tre pezzi di foto. La esaminò attentamente e paragonò il disegno con quello che vedeva davanti a lui. Poi tirò fuori la vanga pieghevole da campeggio che aveva nello zaino e decise il punto dove scavare.

A circa un metro e mezzo di profondità trovò una cassetta di legno con delle scritte in inglese. Era una di quelle casse di viveri che gli americani davano ai civili.

Spezzò con delle tronchesi il vecchio lucchetto arrugginito e la aprì.

Con suo sommo stupore dentro trovò una miriade di pezzi di carta, fogli di quaderno, brandelli di cartone. Tutti erano manoscritti. Ne prese uno, la scrittura era in stampatello, tremante, come di uno che a mala pena sa scrivere e lo lesse: combatto per la mia fidanzata.

Ne prese un altro, scritto meglio: combatto per un’Italia più giusta.

Ne lesse altre decine mentre la commozione saliva e alla fine capì cosa realmente fosse il tesoro dei partigiani: era la raccolta di tutti quegli ideali, più o meno elevati, che hanno motivato migliaia di ragazzi a combattere per la libertà e perché atrocità come quelle che loro stessi avevano subito non si fossero mai più verificate.

Si alzò in piedi, una leggera brezza gli rinfrescava il viso asciugandogli due lacrime. Fumò una sigaretta poi decise di richiudere la cassa e sotterrarla di nuovo. Alla fine volse un ultimo sguardo al cumulo di terra smossa, accennò un sorriso e s’incamminò lentamente verso l’auto. Questo schifo di mondo non capirebbe, pensò.

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