Scrittoio
Narrativa

Grida nel silenzio

Quella panchina sembrava ancora più fredda in quel momento. Le stecche di gelido acciaio, la cui vernice vermiglia era stata screpolata dalla neve e dal tempo, rendevano l’atmosfera di quel luogo ancora più cupa e trascurata.

L’inverno stava guastando tutto. Aveva portato via quel poco calore che era ancora presente nell’autunno e le ultime foglie, che erano rimaste ostinatamente aggrappate ai rami ormai quasi completamente spogli, giacevano a terra rinsecchite.

La neve aveva già ricoperto l’intero prato, completando quel panorama surreale col suo soffice tocco. Eppure, in tutto questo, sono io quello veramente congelato dentro.

Un gatto infreddolito dal pelo color cenere, mi passò davanti, superandomi con indifferenza e lasciando sulla neve delle piccole impronte. Le sarebbe piaciuto. Pensai. Le sarebbe piaciuto tanto.

Anche noi avevamo un gatto. Lei lo chiamava Batuffolo. Aveva il pelo esageratamente lungo, di un nero opaco, ma gli occhi erano straordinari: di un giallo vivace ed abbagliante. L’avevamo preso da un uomo che abitava vicino ad un fiume. A me non era sembrata una buona idea, ma lei mi aveva convinto, supplicandomi con i suoi occhi blu colmi di gioia e tenerezza.

Restai immobile finché il gatto non scomparve dietro un arbusto privo di foglie, al di là dell’enorme cancello di ferro quasi completamente arrugginito, poi il suo ricordo mi assalì violentemente.

Premetti le mani sugli occhi, come per evitare che il dolore fuoriuscisse da essi come onde. Sapevo che, una volta lasciate andare, sarebbero state troppo potenti per essere fermate.

Mi tornò in mente il suo sorriso, incorniciato dal rosa pallido delle guance. Era un ricordo bellissimo. Trafisse il mio cuore come una lama, ancora più dolorosa di un proiettile.

Udii dei passi pesanti provenire dal viottolo ghiacciato che si trovava al mio fianco. Alzai lo sguardo: era semplicemente un uomo. Un uomo come me.

Aveva con sé delle rose di un azzurro acceso e fittizio, probabilmente comprate da poco. I suoi passi facevano scricchiolare le pietre congelate, interrompendo il silenzio assenso di quel luogo desolato.

Incrociai i suoi occhi malinconici pieni di ricordi, esattamente come i miei. Mi osservò, lanciandomi un piccolo sorriso compassionevole e allo stesso tempo complice. Io distolsi lo sguardo.

Raccolsi le mie pallide orchidee. Erano rimaste a terra pochi secondi, il tempo di attutire l’insopportabile sofferenza che mi aveva sconvolto, eppure alcuni petali erano già fradici ed irrimediabilmente sgualciti.

Le appoggiai distrattamente vicino a me, sulla panchina.

Il vento gelido spirò leggero ma irrefrenabile, invadendo le mie guance con un freddo pungente. Pescai un fazzoletto dalla tasca del mio giubbotto di cachemire pregiato ed asciugai con estenuante lentezza le poche lacrime che erano riuscite a sfuggire al mio controllo, rimanendo immobili sul mio volto, come pietrificate dallo stesso dolore che le aveva concepite.

Decisi di alzarmi ed affrontare finalmente l’unico motivo per il quale ero venuto in quel luogo. Mi sistemai i capelli mori scompigliati dal vento. Anche se probabilmente non mi avrebbe visto, volevo essere perfetto per lei.

Mi diressi con decisione verso il lato destro del cimitero, oltrepassando lapidi e cappelle di ogni forma e dimensione. In molti erano venuti a trovare i propri cari defunti quel giorno, come ogni domenica. Non ebbi alcun bisogno di sforzarmi per ricordare dove si trovasse. Mi ricordavo perfettamente ogni singolo dettaglio di quell’addio.

Andai nell’angolo più remoto del cimitero. La sua stele era protetta da un piccolo pino che avevo piantato personalmente dopo il suo funerale. Quel giorno avevano partecipato in molti, alcuni dei quali erano addirittura degli sconosciuti. Sicuramente una storia del genere aveva fatto molto scalpore.

In pochi erano riusciti a guardarmi negli occhi mentre il suo corpo veniva abbandonato per sempre alle tenebre del suolo. Alcuni mi avevano lanciato qualche sguardo compassionevole, ma la maggioranza dei presenti si era limitata a pungermi la schiena con sguardi accusatori e a volte impauriti.

Persino in quel momento, quasi quindici anni dopo l’incidente, potevo percepire le occhiate invadenti che mi stavano lanciando i presenti, curiosi di osservare quell’uomo, artefice di una simile tragedia.

Sfiorai con delicatezza la fredda lapide di marmo e, di nuovo come nel giorno del funerale, io e lei restammo soli, isolati dal resto del mondo che non riusciva a comprendere quanto l’avessi amata e quanto l’amassi ancora.

«Ciao, bellissima.» Sussurrai alla gelida e muta pietra. “Sophie Palazzetti” recitava.

Ripulii la foto dai residui di neve, riportando alla luce il suo volto solare e spontaneo. In quell’immagine stava sorridendo, spensierata. Se solo avessi saputo che sarebbe stato uno dei suoi ultimi sorrisi.

I suoi occhi blu mi fissavano, sereni e colmi di gioia. Avevo scelto quella foto appositamente perché riusciva a distrarmi dalla realtà. I suoi occhi risplendevano ancora, la sua bocca s’incurvava

per la felicità e le sue guance erano ancora color pesca.

Baciai l’immagine, indifferente nella sua immobilità e nel chiudere gli occhi mi tornò in mente l’ultimo ricordo che avevo di lei: due occhi spenti e vitrei, privi di un’anima.

Lasciai che quel meritato dolore mi prendesse alla gola, quasi soffocandomi. Neanche quella punizione sarebbe mai bastata. È stata colpa mia.

Poggiai le orchidee sul soffice terreno di fronte alla lapide. Non ero sicuro che fossero le sue preferite, ma una volta l’avevo vista indicarne alcune con gli occhi luccicanti di meraviglia.

Il bianco della neve e del marmo s’intonavano perfettamente alla sua pelle candida che non avrei più potuto sfiorare. Solo i suoi capelli neri e le sue labbra rosate risaltavano in quell’atmosfera lattescente che li circondava. Sembra ancora più bella. Toccai il suo volto per un’ultima volta, percependo sotto le dita solo la consistenza e la crudezza del vetro. Non avrei più provato calore accarezzandola.

Mi alzai, attirando lo sguardo sospettoso dell’uomo con le rose azzurre intento ad osservare con occhi colmi di nostalgia la croce in legno inumidita e ingrossata dalla neve che si ergeva su una delle tombe accanto a quella di Sophie. Quando i nostri sguardi si incrociarono, l’uomo sorrise tristemente, mostrando un volto più giovane di quanto non sembrasse quando era immerso tra i suoi pensieri.

Mi alzai, ignorando la sua sofferenza. Non amavo stare al centro dell’attenzione e in quel luogo tutti gli sguardi erano concentrati su di me. Era arrivato il momento, finalmente.

Avevo impiegato più di un anno di messaggi segreti e passaparola per ottenere quell’appuntamento. Ero stato condannato a sedici anni, ma ero riuscito ad andarmene con un anno di anticipo per buona condotta.

Ero uscito da tre giorni, trascorsi agli arresti domiciliari, sotto stretta sorveglianza da parte degli agenti. Ogni giorno, uno sconosciuto si era permesso di entrare in casa mia e mettere tutto sotto sopra per controllare che non ci fossi ricaduto, che non avessi ripreso a combinare guai.

Non avevo più un cellulare, avevo lavorato otto ore al giorno in una fabbrica che produceva biscotti ed ero scortato da un’auto della polizia per tutto il tragitto fino a casa. La mia vita non esisteva più, nonostante fossi uscito dal carcere. L’unico luogo in cui potevo avere un briciolo di autonomia era il cimitero, ma anche lì sguardi indiscreti mi scrutavano ogni attimo, pronti a intervenire in caso di pericolo. Perché secondo loro ero una persona pericolosa.

Quello però era un giorno speciale. Erano passati esattamente quindici anni da quando l’avevo festeggiato l’ultima volta, eppure non avevo alcuna voglia di provarne di nuovo l’euforia.

Mi lasciai il cancello di ferro nero del cimitero alle spalle, mentre due anziane signore con un piccolo chihuaua bruno nella borsa mi guardavano, turbate dal fatto di vedermi uscire senza poliziotti al fianco. Mi lasciai sfuggire un piccolo sorriso di soddisfazione. Oggi sono di nuovo libero.

Iniziai a percorrere il marciapiede innevato frettolosamente, non facendo caso alle pozzanghere piene di acqua e ghiaccio. Finalmente quel momento stava per arrivare.

La strada era piena di persone sorridenti che camminavano con una calma rilassata e serena. I bambini correvano ovunque con i nuovi giocattoli, mentre gli adulti più ritardatari entravano e uscivano rapidamente dai negozi ormai quasi del tutto privi di merci. La città brillava, addobbata con ghirlande di ogni colore e dimensione, attirando l’attenzione dei bambini più piccoli e degli adulti più sensibili, riempiendo gli animi di allegria e spensieratezza.

In quell’atmosfera di frenetica gioia, ero come un pesce fuor d’acqua. La mia casa non aveva luci o ghirlande. Non avrei potuto addobbarla neanche volendo, non potendomi allontanare, così avevo deciso di lasciarla spoglia e fredda, come il mio animo e il clima di quella gelida mattina di Dicembre.

Dopo poco più di cento metri incrociai due poliziotti in divisa che stavano sorseggiando un bicchiere fumante di caffè. Cercai di passare inosservato al fine di evitare ogni contatto con loro almeno in quel giorno di festa.

Finsi di interessarmi a un negozio dall’altro lato della strada, avvicinandomi alle strisce pedonali per attraversare. Appena scattò il verde, una presa salda mi afferrò la spalla.

«Guarda chi si rivede.»

Mi voltai e subito fui lasciato. Il più basso dei due poliziotti mi stava di fronte, sorseggiando pigramente la sua gustosa bevanda, mentre quello che aveva parlato stava venendo verso di me con andamento pacifico.

«Buongiorno agenti.» Sorrisi loro, cercando di non innervosirli. Ormai avevo imparato a fingere per sopravvivere. Loro avevano il coltello dalla parte del manico.

«Sinceramente speravo di non doverti vedere anche oggi, ma a quanto pare non puoi proprio stare senza di noi.» Rise fragorosamente, seguito dal suo collega. Risi anch’io, nonostante le sue battute mi irritassero. Strinsi i pugni, trattenendo la rabbia. Devo liberarmi di questo impiccio o farò tardi all’appuntamento.

«Eh già.» Sorrisi, scrutando il viale alberato dove l’uomo mi stava aspettando. «Adesso scusate, ma devo andare. È stato un piacere vedervi anche oggi.» Li liquidai velocemente, dirigendomi con calma apparente verso le strisce pedonali.

«Aspetta un secondo.» L’agente mi si parò di fronte, scrutandomi attentamente. Il mio cuore iniziò a battere all’impazzata. «Dove vai così di fretta? Non starai mica combinando guai?»

«Guai?» Risi come se avesse detto una delle sue insulse battute. «Mi crede così sciocco?»

Mi osservò dall’alto del suo metro e novantacinque, cercando di leggere i miei pensieri attraverso le mie iridi castane.

«Lascialo in pace, è festa anche per lui.» Gli ordinò l’altro poliziotto, che nonostante la sua modesta altezza, possedeva una certa influenza sul suo collega e un numero assai maggiore di medaglie sulla divisa.

«Hai ragione.» Concordò innervosito, finendo di sorseggiare il suo caffè. «Buon Natale, Walter.»

«Buon Natale anche a voi, agenti.» Li salutai cortesemente, fingendo di non essere stato toccato da quell’incontro.

Aspettai che il semaforo tornasse verde, attendendo pazientemente insieme ad una piccola folla scalpitante. Per fortuna nessuno poteva vedere la mia schiena contratta sotto la giacca, punta dallo sguardo ancora diffidente del poliziotto che stava indugiando con indecisione pochi metri dietro di me. Una volta che la luce verde abbagliante del semaforo mi ebbe illuminato il volto, scattai in avanti insieme agli altri.

Arrivato dall’altra parte della strada tirai un sospiro di sollievo e accelerai il passo. Mi affrettai verso il viale fiancheggiato da alberi spogli e appesantiti dalla neve, sperando di non incontrare altri sbirri. Al quinto albero vai a destra. Ripetei le parole del negoziante, come una litania capace di curare tutti i miei mali.

Iniziai a rallentare subito dopo la prima enorme quercia. Ormai il pericolo era passato. Quella strada non era molto affollata e potevo vedere bene fino oltre il settimo albero: niente poliziotti. Inoltre non avrei dovuto più attraversare la strada, dato che l’imprevisto di qualche minuto prima mi aveva portato dal lato opposto del marciapiede rispetto al cimitero.

Entrai in un vicolo stretto che si allungava sulla destra, perpendicolarmente al quinto albero, subito dopo un negozio di frutta e verdura chiuso da una saracinesca imbrattata da bombolette spray.

Percorsi lentamente lo stretto viottolo ripulito dalla neve, facendo attenzione a non scivolare. Il sole ne aveva sciolta una parte che si era poi ghiacciata durante la notte, creando una superficie molto sdrucciolevole.

Le pareti che racchiudevano la via erano alte e spoglie. L’intonaco aveva ceduto in molti punti, mostrando gli scadenti mattoni che componevano le case.

Arrivai ad un bivio, ma non avevo dubbi su dove andare. Il viottolo ghiacciato continuava sulla destra, mentre a sinistra la strada era totalmente ricoperta di neve intatta e priva di impronte. Era ovvio che qualcuno mi stesse indicando la via.

Decisi di fidarmi, in fondo ero io il criminale appena uscito di galera. Dopo pochi metri però, un muro di mattoni mi bloccò il cammino.

Mi guardai intorno, preparandomi ad ogni imprevisto. Non c’erano finestre affacciate sul vicolo ed un cassonetto aperto e completamente riempito di neve inondava l’aria col suo fetore.

D’un tratto, dei passi provenienti dalle mie spalle attirarono la mia attenzione. Mi voltai, sorprendendo un uomo completamente coperto da abiti pesanti. In effetti faceva particolarmente freddo quella mattina, ma io non avevo avuto tempo per occuparmi delle mie mani viola. Lui rimase interdetto, immobile in mezzo alla neve. Solo le sue labbra sottili trapelavano dalla sciarpa, così potei vedere il piccolo sorriso soddisfatto che si disegnò su di esse.

«Non sei cambiato in tutti questi anni.» Sorrise, sollevandosi leggermente il cappello. «Non riesco ancora a sorprenderti.»

«Neanche tu sei cambiato.» Lo osservai, serio. «L’hai portata?» Arrivai dritto al sodo.

«Quanta fretta.» Rise. «Sono ben quindici anni che non ti vedo, non vuoi raccontarmi niente?»

Rimasi immobile a fissarlo in silenzio. Non avevo voglia dei suoi giochetti inutili, volevo solo avere ciò per cui ero andato in quel vicolo lurido.

«L’hai portata?» Ripetei più lentamente, scandendo bene ogni sillaba. L’uomo tornò serio, avvicinandosi di un passo.

«Lo sai, io rispetto sempre i patti.» Sorrise. «Ma tu, invece…»

«Seimila in contanti, come d’accordo.» Frugai nella mia tasca destra, tirandone fuori un rotolo di fogli viola da cinquecento euro. «Non ti sembra un po’ esagerato come prezzo?»

«Non credo che tu possa fare tanto lo schizzinoso nella situazione in cui ti trovi.» Si avvicinò di un altro passo, aprendo la mano, pronto a ricevere il denaro. «O sei davvero così stolto da pensare che qualcuno a parte me rischierebbe di fare affari con un delinquente come te?»

Lo fulminai con lo sguardo, mentre continuava ad avvicinarsi.

«Prima voglio vederla.» Misi di nuovo i soldi in tasca, osservando l’uomo seguire le banconote con lo sguardo finché non scomparvero.

«Certamente.» Si diresse verso il cassonetto, tirandone fuori una busta bianca con un piccolo fiocco blu che si era mimetizzata perfettamente con la neve sulla quale era stata poggiata.

«Posso chiederti una cosa, prima che tu sparisca di nuovo?» Mi fissò, incuriosito.

«Certo.»

«Hai intenzione di usarla presto?» Chiese d’un fiato, osservandomi coi suoi occhi febbrili. Rimasi in silenzio per un attimo. Potevo fidarmi di lui?

Scrutai il suo volto consumato e i suoi vestiti laceri e sporchi. Era nei guai quanto me.

«Oggi stesso.»

Un sorriso perverso gli deformò il volto, quasi impaurendomi. Mi porse il pacchetto, aprendo nuovamente la mano per incitarmi a dargli il denaro. Gli lanciai i soldi e presi la busta candida che mi ricordava tanto la tomba sulla quale mi ero inginocchiato poche ore prima.

Lo superai, tornando nella direzione dalla quale ero venuto, mentre in sottofondo sentivo il rumore delle dita dell’uomo che contavano i fogli da cinquecento euro con frenesia.

«Buon Natale, Walter!» Gridò, sfociando in una risata contorta. Io continuai a camminare, senza rispondere né voltarmi. Ormai ero diverso anche da lui.

L’idea della busta regalo era stata geniale: nessuno sapeva che ormai non avevo più nessuno con cui festeggiare il Natale. Così, uscito dal vicolo, mi uniformai alla massa di persone che stava tornando a casa dopo gli ultimi acquisti.

La folla avanzava spedita tra i palazzi, permettendomi di mimetizzarmi perfettamente.

Casa mia distava un paio di chilometri dal punto dove avevo ritirato il pacchetto, così decisi di continuare a piedi.

Qualche piccolo fiocco di neve iniziò a scendere dal cielo diventato completamente candido, ricordandomi quel Natale, dove il bianco si era tinto di un rosso acceso, quasi accecante.

Da tre giorni ero tornato a vivere in quella casa dove tutto il mio mondo era stato distrutto ed i ricordi erano tornati ad imporsi nella mia mente, affollando le mie nottate gelide con incubi raccapriccianti.

Aprii il portone del palazzo e salii le prime tre rampe di scale tutte d’un fiato, controllando che nessuno mi avesse seguito. Arrivato al secondo piano tirai fuori le chiavi di casa, infilandole nella piccola serratura argentata del mio portone verniciato pochi giorni prima di un turchese quasi trasparente. Ovviamente a me non era interessato e avevo lasciato carta bianca a quegli assillanti condomini che mi avevano tormentato tanto per dipingere tutte le porte che si affacciavano sul corridoio dello stesso colore.

Entrai e gettai le chiavi sul mobiletto sul lato destro, ornato da un piccolo centrino ingiallito dagli anni. L’aveva fatto mia moglie qualche anno prima di andarsene ed abbandonarmi da solo con i miei due figli.

Aveva semplicemente detto che non ce la faceva più a vivere con me, soffocata dai nostri problemi economici, dal lavoro insoddisfacente e dal peso di una famiglia così grande da mantenere. Il giorno dopo se n’era andata, abbandonandoci tutti e tre al nostro destino.

In ogni caso ormai non ce l’avevo più con lei. Erano passati più di vent’anni dall’ultima volta in cui l’avevo vista e quello che era successo cinque anni dopo la sua partenza non poteva che darle ragione.

Poggiai la mano sul pomello della prima porta sulla sinistra e mi bloccai. In alto a destra era attaccato un piccolo adesivo con un cavallo bianco risalente a molti anni prima. Nonostante fossi lì da tre giorni non avevo più avuto il coraggio di entrarvi. Era in quella stanza che si era compiuto il disastro.

Aprii la porta e della camera di Sophie non c’era rimasto più nulla. Al posto del suo lettino rosa e bianco c’era un divano verde scuro un po’ malandato. Al posto del suo bauletto con i giochi c’era un cassettone in legno di castagno, probabilmente di grande valore. Al posto dell’armadio c’era una scrivania moderna, con una piccola lampada ed una risma di carta appoggiata sul lato destro. Al posto del tappeto macchiato di sangue, c’era la moquette polverosa. Annusai l’aria, ma dopo quindici anni anche il suo profumo era scomparso. Solo i quadri non erano stati rimossi.

Mi avvicinai ad un disegno appeso al muro sopra il cassettone, raffigurante una casa e quattro persone: un classico. L’aveva disegnato a sei anni e rappresentava me, sua madre, suo fratello e lei. Ci tenevamo tutti per mano, felici come non eravamo mai stati nella realtà.

Appoggiai la busta sulla scrivania e mi sedetti sulla scomodissima sedia girevole in plastica rigida che vi si trovava di fronte. Strappai i punti di spillatrice ed il fiocco blu aprendo il pacchetto con ansia. Ne estrassi una piccola scatola rettangolare abbastanza pesante.

La poggiai sulla scrivania, gettando la busta a terra e inspirando profondamente per darmi coraggio. Tagliai lo scotch che la teneva sigillata con un paio di forbici trovate in un cassetto, poi con una mossa decisa ne tirai fuori il contenuto: una Magnum 45, la mia preferita.

Le mie mani tremavano dall’emozione all’idea di ritrovare la mia compagna. Nel mio lavoro avevo usato molte armi di diverso genere, ma quella era la migliore in assoluto per me. Piccola e maneggevole, ma efficace e letale. In più era abbastanza facile da nascondere, caratteristica molto utile per uno come me che voleva mantenere la sua professione segreta.

Nel 1998 facevo il sicario, ovvero l’assassino sotto commissione. Era un lavoro rischioso ma estremamente redditizio all’epoca. In molti si stavano facendo strada grazie alle nuove scoperte tecnologiche, percorrendo l’affollata strada del successo sgomitando, disposti ad uccidere per la fama. Io dal mio canto volevo solo guadagnare soldi. Tanti soldi.

Solo due piccoli dettagli mi erano sfuggiti: Sophie ed Andrea. Ingenuamente non credevo che sarebbero stati in pericolo. Un errore madornale. Sophie era morta ed Andrea era scomparso.

Presi un foglio dalla scrivania e cercai una penna nei cassetti. Ne trovai una a sfera, con inchiostro blu. La presi e mi preparai a scrivere. Ma chi prendo in giro? Non ho nessuno a cui dire addio.

Poggiai la penna sul tavolo, rassegnato all’idea di morire solo esattamente come avevo vissuto negli ultimi quindici anni. Poi decisi di scrivere a lei. A lei che non se n’era mai andata dai miei pensieri.

 

Cara Sophie,

ti ricordi di me? È passato molto tempo dall’ultima volta che ci siamo visti e probabilmente eri troppo piccola per capire quale persona orribile fosse realmente tuo padre.

L’ultima volta che ti ho parlato avevi sette anni. Erano appena iniziate le vacanze e stavi facendo i tuoi compiti in cameretta, un po’ annoiata. Dicevi che dover fare i compiti il giorno di Natale era un’ingiustizia, ma ti avevo convinta spiegandoti che anche io dovevo andare a lavorare.

Sulla strada del ritorno mi ero fermato a comprare un regalo per te e tuo fratello, felice di festeggiare quel bellissimo giorno con i miei due angeli.

Ero distratto, più imprudente del solito. Quella gioia che cospargeva la città insieme ai fiocchi di neve aveva inibito i miei sensi. Entrai in casa senza guardarmi alle spalle, senza assicurarmi di aver chiuso la porta.

Non fui l’unico ad entrare in camera tua. Un uomo mi prese alle spalle, sbattendomi alla parete e ferendomi alla testa con una pistola. Il colpo mi fece svenire e quando mi risvegliai capii che era troppo tardi. I tuoi occhi spenti mi fissavano tra le lacrime ed il sangue, mentre l’uomo e tuo fratello di dodici anni erano scomparsi. Non sapevo chi fosse, ma un biglietto lasciato sul pavimento mi fece capire che era stata tutta colpa mia. “Adesso sai cosa si prova.” C’era scritto.

In quel momento avrei preferito mille volte morire piuttosto che restare in quella stanza cosparsa del tuo sangue e di quello di Andrea.

Ho cercato di trovarlo, ma sembrava scomparso nel nulla. I poliziotti mi dissero che probabilmente era stato rapito dall’aggressore, ma una volta che l’uomo venne trovato ed arrestato, ogni speranza di ritrovare Andrea scomparve.

L’uomo mi accusò di essere un assassino ed i carabinieri trovarono la conferma nel mio passato. Era un signore di circa cinquant’anni. Pochi mesi prima avevo ucciso suo figlio di trenta per volere di un ricco impresario che voleva sbarazzarsene.

Fu lì che capii quale persona orribile fossi, così accettai in silenzio la mia punizione. Andai in carcere, sperando di dimenticarmi dei tuoi capelli scompigliati, del regalo ancora incartato che aspettava tra gli schizzi di sangue di essere scartato dalle tue dita immobili, ma tutto rimase impresso nella mia mente, ogni singolo dettaglio, tormentandomi giorno e notte.

Sono passati esattamente quindici anni da quel pomeriggio infernale. Ormai dovresti avere ben ventidue anni. A quest’ora potresti avere un ragazzo, magari un figlio. Potresti essere diventata bellissima. Potresti essere famosa ed aver avuto successo nella vita. Invece non puoi, per colpa mia.

Vorrei che tu potessi odiarmi. Vorrei doverti chiedere perdono inutilmente all’infinito per quello che ho fatto, per il mio lavoro disumano. Vorrei poter bussare alla tua casa in cerca di un tuo sguardo e vorrei poter vedere te, sbattermi la porta in faccia con rabbia. Vorrei davvero che tu potessi avercela con me per questo. Ma non puoi, per colpa mia.

Chissà se stasera ci rivedremo. Credo che se il paradiso esistesse sarebbe dove siete tu ed Andrea. Anche se non credo che qualche dio mi vorrebbe con lui.

Sono stato un pessimo padre e mi dispiace. Ma questa non è una lettera di scuse, perché non servirebbe a nulla. Non è neanche una lettera di addio, perché ti ho già detto addio molti anni fa, esattamente in questa stanza.

C’è solo una cosa per cui valga la pena scriverti una lettera. So che non la leggerai mai. So che non ti rivedrò più. So che ormai è troppo tardi. Ma non posso andarmene nel silenzio. C’è qualcosa che non ti dissi quel giorno. Qualcosa che rimpiangono tutti dopo la morte di una persona cara..

Ti voglio bene.

E se Andrea è veramente con te, digli che voglio bene anche a lui.

Spero di incontrarvi di nuovo un giorno, da qualche parte.

 

 

Vi voglio bene,

vostro padre.

 

         Poggiai la penna sul foglio, asciugando le lacrime che rischiavano di cadervi imbrattandolo. La mia calligrafia era tremante, quasi irriconoscibile. Avrei voluto trovare delle parole migliori, ma non ero uno scrittore né tantomeno un poeta.

Qualsiasi cosa avessi scritto, il mio senso di colpa non si sarebbe alleviato e non avrei mai reso l’idea di ciò che provavo. Perché perdere un figlio è un dolore più forte e crudele della morte. È un’ingiustizia che nessuno dovrebbe mai subire. Ed io ne avevo persi addirittura due a causa del mio egoismo.

Presi la pistola che avevo appoggiato vicino al foglio, specchiandomi sulla superficie lucida del metallo. Tirai fuori dalla scatola le munizioni. Dentro c’era un solo proiettile ma era sufficiente per ciò che dovevo fare.

Tolsi la sicura ed avvicinai la Magnum alla testa, con un brivido di terrore. Sfiorai il grilletto con l’indice, senza riuscire a premerlo. Era più difficile di quanto credessi.

Mi odiai per tutte le volte che avevo fatto provare quelle orribili sensazioni a persone innocenti per del denaro sporco.

Pensai a Sophie che giocava sul tappeto con il piccolo gattino che le avevo regalato. Mi ricordai di Andrea e del suo talento per la musica a soli dodici anni. Vi ho rovinato la vita, mi dispiace.

Contai fino a tre e premetti il grilletto.

 

Il campanello suonò, ma nessuno rispose. L’uomo girò la chiave nella serratura, entrando in quella casa piena di orribili ricordi. Il silenzio era surreale, interrotto solo dal suono di alcune gocce che s’infrangevano al suolo.

L’uomo aprì la prima porta a sinistra e restò paralizzato. Un uomo sulla cinquantina era disteso a terra con una pistola in mano e la testa trapassata da un proiettile.

I suoi capelli erano mori, esattamente come i suoi. Era incredibile quanto gli somigliasse.

Indeciso su cosa fare, sbirciò sulla scrivania. Prese la lettera insanguinata e la lesse. Le lacrime iniziarono a scendere dai suoi occhi increduli.

«Sono arrivato troppo tardi.» Singhiozzò.

Si avvicinò all’uomo steso a terra e tirò fuori dalla tasca una rosa di un azzurro acceso e fittizio, probabilmente comprata da poco. L’appoggiò ai suoi piedi, osservando i suoi lineamenti decisi e scavati dal dolore e dal senso di colpa.

Sulla soglia lanciò un ultimo sguardo a quell’uomo tanto importante per lui quanto sconosciuto. In un sussurro, gli disse addio.

«Buon Natale papà, anch’io ti voglio bene.»

La porta si chiuse alle sue spalle per non aprirsi mai più.

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