Scrittoio
Narrativa

Una Danza Nella Notte

Era da poco passata la una del mattino quando mi resi conto dell’ora che si era fatta posando di sfuggita lo sguardo sul mio orologio da polso. Avevo passato la serata e la nottata a leggere alcuni vecchi volumi della mia biblioteca personale, un tempo condivisa con la mia amata moglie da poco spirata. In realtà questa era un’abitudine che avevo preso negli ultimi mesi. Dopo le mie solitarie cene, prendevo una bottiglia, preferibilmente di whisky, e mi chiudevo per ore intere in biblioteca a leggere. Era questo l’unico modo che avevo trovato per combattere il dolore per la mia perdita, quel dolore che implacabilmente si ripresentava più forte ogni volta che calava il sole. Quella notte in particolare, la mia scelta per l’alcolico che doveva accompagnarmi era caduta su una bottiglia di Glen Deveron. Come ogni volta che ne bevevo ne avevo assaporato a fondo l’aroma ad ogni sorsata. La biblioteca era spaziosa ed era formata da tre grosse librerie zeppe di libri e al centro della stanza era presente una poltrona, su cui generalmente mi sedevo a inizio lettura, con vicino un piccolo tavolino con una lampada. La sua luce era parecchio forte, tanto che qualche volta non accendevo nemmeno il lampadario della biblioteca lasciando che la sola luce della lampada illuminasse le mie letture. Fu in quella particolare notte che mi successe di appisolarmi, più a causa dell’alcool che del sonno. Nello stato di dormiveglia iniziai a sentire dei rumori tutt’intorno a me. Era come lo svolazzare di vestiti in movimento. Il rumore era costante ma mai davvero fastidioso. “E’ un sogno” mi ripetevo “sono ubriaco, ecco cosa succede ad assopirsi da ubriachi” mi schernivo. La costanza di quel rumore e il mio diventare, pian piano, sempre più sveglio non faceva che peggiorare la mia sensazione di nausea e il giramento di testa. Mi agitai cercando una posizione più comoda sulla poltrona restando a occhi chiusi nella speranza di riacciuffare il sonno, ma non ce la feci. Intanto attorno a me il rumore si faceva più definito, come di un leggiadro danzare a piedi nudi.
Feci passare qualche minuto, sempre sperando di riaddormentarmi, prima di decidermi ad aprire gli occhi. E, credetemi, restai sconvolto dall’immagine che mi si parava davanti. Innanzi a me danzavano, girandomi attorno in cerchio, giovani fanciulli e fanciulle di incredibile bellezza. Essi erano davanti a me ma allo stesso tempo mi apparivano pallidi ed eterei, quasi come dei fantasmi inesistenti. Non sapevo cosa pensare in quel momento. Non riuscivo a capire nemmeno se le figure che mi trovavo davanti fossero o meno reali. Magari, pensai, era l’alcool che scorreva nel mio colpo a farmi vedere quella stranezza. Sarebbe stata la prima volta che bere mi facesse un effetto del genere ma non mi sentivo di escluderlo nonostante mi paresse improbabile di star subendo un’allucinazione dovuta all’ubriachezza. Non potevo crederci. I giovani davanti a me vestivano con leggeri vestiti in stoffa bianca ed avevano alla testa delle corone d’alloro. Mi guardavano sorridenti e danzando pronunciavano parole che non riuscivo a sentire. La situazione surreale mi spaventava ma allo stesso tempo mi tranquillizzava, donandomi un insieme di emozioni contrastanti. Forse era davvero un’allucinazione. Cercai di convincermi questo. Quello che vedevo doveva essere un parto della mia fantasia, solo questo e nient’altro.

Ero ipnotizzato dalle immagini che avevo davanti. “Tutto questo è reale?” chiedi quasi a me stesso.
Appena finite di pronunciare questa domanda nella mia testa sentii “Si/No” pronunciati all’unisono. Le due parole erano state pronunciate con due toni diversi ma tanto una sopra l’altro da non riuscire a capire quale tono si riferisse a quale parola in particolare. Uno dei due era calmo, pacato e gentile. Quasi che, qualunque fosse stata la risposta, volesse infondermi calma e speranza. L’altra, altrettanto, calmo e gentile nascondeva qualcosa di falso e lascivo che mi suggeriva il dubbio e il timore. Non sapevo chi mi avesse risposto né perché. I miei misteriosi ospiti continuavano a danzarmi silenziosamente intorno, troppo reali per essere un sogno o un’immagine. Erano veri ed erano la nella stanza assieme a me, decisi. In fondo l’alcool non poteva aver traviato a tal punto la mia mente. Forse stavo assistendo alla danza di angeli pronti ad accompagnarmi nell’aldilà. Forse quelli erano i miei ultimi istanti nel mondo terreno. Mi presi qualche secondo di tempo per interiorizzare quest’ipotesi. Secondi durante i quali, con mano tremante, presi il bicchiere e in un sol sorso lo vuotai. Mi stupiva la mia tranquillità in quel momento. Tutto quello che sapevo era che la testa mi girava senza sosta e assieme ad essa il mio mondo vacillava accompagnando la danza delle figure misteriose davanti a me. Ancora una volta chiesi, più a me stesso che ai miei misteriosi interlocutori: “Sto morendo? E’ per questo che vi vedo ma nonostante voi siate apparsi qua non provo alcuna paura? Siete dei servi del tristo mietitore giunti nella mia dimora per accompagnarmi nell’aldilà?”. E di nuovo sentii nella mia testa due voce sovrapposte e fuse dire “Si/No”. Allungai la mano al mio bicchiere. Fosse colpa o meno dell’alcool ora avevo bisogno di quel nettare. Non immaginavo che se la fine fosse arrivata avrebbe avuto quella forma. Non immaginavo nemmeno che sarei morto cosi, solo e triste in una notte di solitudine. Ma se queste figure erano mandanti dell’aldilà perché non mi prendevano, lasciandomi ancora immerso nelle mie preoccupazioni e nelle mie paure? Forse essi erano dei semplici osservatori capitati nella mia casa tramite qualche strana via a me inimmaginabile. Ma perché erano la? Qual’era lo scopo della loro visita e del loro osservarmi? Forse Dio o il demonio stessi le avevano mandate per prendersi gioco di me, in fondo le strade del signore sono infinite, ma anche quelle del male. Forse non dovevo capire, ma in un ogni caso volevo. Decisi di tentare ancora, di interrogarle nuovamente alla ricerca di risposte.
Quindi ancora mi feci coraggio e chiesi “Se siete osservatori dell’aldilà ditemi cosa incontrerò dopo la morte. Il paradiso? I campi elisi? O un nuovo natale della mia anima in un altro corpo? Oppure devo rassegnarmi a incontrare soltanto un orribile ed eterno sonno buio e senza sogni?” Nuovamente nella mia testa sentii “Si/No”. Ancora una volta non riuscii a capire cosa essi intendessero. Quale delle due risposte era quella vera e pura nella mia testa? Quale una presa in giro perpetuata ai miei danni dal possessore di quella voce melliflua e malvagia che sentivo?
Non riuscivo a capacitarmi della cosa. Doveva essere lo scherzo di cattivo gusto di qualche divinità. Esistevano in tempi antichi divinità che vivevano per sbeffeggiare l’uomo ne ero certo. Forse quello che stavo vivendo era una di quelle prese in giro. Forse coloro che avevo davanti erano solo adepti di quel Dio. La mia mente cominciava pian piano a vacillare, ne ero ben conscio. Lasciai perdere il bicchiere e la decenza portandomi alla bocca il collo della bottiglia di Glen. Solo l’alcool in quel momento poteva inibire le paure e i dubbi che si stavano affollando nella mia mente. Tuttavia, esitavo ad andarmene. Paure e dubbi non riuscivano in alcun modo a tramutarsi in quel terrore che mi avrebbe fatto fuggire da li. Ero come schiavo della danza che incessantemente vedevo di fronte a me. Era come se la sua vista avesse effetto lenitivo sui miei più immediati istinti di fuga.
Ad un certo punto, come un lampo nella mia testa, una sola preoccupazione superò tutte le altre, e il mio pensiero corse alla mia defunta consorte che avevo amato più della mia stessa vita. Temevo fosse condannata ad un’eternità di niente eterno. Temevo ancor di più di non incontrarla mai più. Cosi, quasi intimorito lo chiesi “E rivedrò mai la mia amata Laura? Colei che unica sono riuscita ad amare più di me stesso e di ogni alta cosa nel mondo? Ditemi se potrò riabbracciarla, ditemi che potrò riabbracciarla.” Ma ancora, inesorabilmente nella mia mente risentii quell’eco che ormai odiavo “Si/No”. Per qualche secondo nella mia mente si formo il vuoto. Subito dopo immagini, ricordi della vita passata assieme e dei bei momenti. Non potevo averla perduta, non per sempre. No non potevo pensare alla possibilità di un’eternità senza mai più vederla. Urlai. Mi alzai di scatto barcollante facendo cadere il tavolino. Mi sentivo schiacciato dalla possibilità di questo orribile sentenza emessa da questi esseri che parevano al contempo fantasmi, demoni ed angeli. Vuotai la bottiglia, ora l’amato Glen bruciava come varechina nella mia gola, e la scagliai contro di loro. Ma essa si limito a trapassarli andando a infrangersi contro il muro alle loro spalle. E intanto loro ridevano e danzavano, ridevano e danzavano, ridevano e danzavano. Cercai, allora, di darmi alla fuga. Ero terrorizzato da quegli esseri. Ero terrorizzato da quelle risposte che, come un eco maledetto, rimbombavano nella mia testa. Ed ogni eco moltiplicava i dubbi. E ogni dubbio moltiplicava le paure. Tutto attorno a me girava come se la stanza stessa avesse, ora, iniziato a danzare assieme a quei fantasmi. “Andatevene” urlavo “Lasciatemi nell’oblio della speranza e nella placida culla della solitudine! Andatevene dove io non possa vedervi o sentirvi o pensarvi! Fuori dalla mia casa e dalla mia vita!” Quasi senza rendermene conto mi ritrovai a terra. L’alcool mi aveva ridotto le gambe a due vuoti ornamenti corporei, incapaci di reggermi in piedi. E mentre a terra sentivo il gelo del pavimento potevo ancora vedere quei bellissimi giovani che ballavano muti con un orribile sorriso, e il loro carico di orribili risposte, attorno a me. E mentre perdevo i sensi sentivo che non esisteva una risposta giusta ai miei quesiti e che nulla avrei potuto fare per cancellare i miei dubbi e le mie paure che, dopo quell’incontro, erano state moltiplicate. Dopo ci fu solo il buio.

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