Scrittoio
Narrativa

L’ombra

La prigione di Black Shadoo non è una gabbia da cui cercare di sfuggire, non per me. Per me è un premio, un costante ricordo della mia vittoria verso un nemico che mi ha rovinato la vita per anni e anni. Non potrete capirmi se non riuscite immaginare come possa essere avere paura dell’ombra, della sua sola vista. Non potrete capirmi fino a che al calare del sole non vi prenderanno ansia e tremore. Lei arrivava sempre. Da anni e anni non tardava nemmeno di un minuto al nostro appuntamento, al calare del sole. E io la sentivo seguirmi anche durante il giorno, nei luoghi chiusi, resi bui dall’impossibilità della luce del sole di filtrare cacciando l’oscurità. In questi anni penso di averla capita soltanto in parte. Tutto ciò che sapevo era che durante la notte era più potente e più cattiva. Voleva prendermi. Non so per farne cosa di me, ma era certo che se mi avesse preso non avrei mai più avrei rivisto il giorno.

Ricordo ancora la prima volta che la incontrai. Ero ancora un bambino di dieci anni. Ero immerso in quell’età in cui, se tutto va bene, non hai problemi troppo gravosi e la massima preoccupazione, nella vita di tutti i giorni, può dartela l’esserti dimenticato di fare i compiti o il risultato dell’ultimo compito in classe. Almeno cosi era per me, o cosi era fino a quel giorno.

Vivevo in un condominio nella periferia di una piccola città. Stavo in una zona tranquilla dove il massimo scandalo era dato da ragazzini sedicenni sorpresi, sulle panchine del vicino parchetto, in effusioni o nel bere qualche birra. Il condominio era circondato da un minuscolo giardino e aveva un garage contenente i posti auto dei condomini. Io e i miei vicini di casa, eravamo in tre, tutti della stessa età, ci stavamo godendo una delle ultime sere di settembre in giardino prima della fine delle vacanze estive con conseguente inizio della scuola. A metà settembre il sole cala presto ma non cosi tanto presto da impedirci di tirare fino anche alle nove e mezza senza sentire troppi rimproveri da parte dei genitori. Quella sera verso le otto, mentre il cielo ormai era diventato scuro decidemmo di giocare a nascondino. Un modo, pensavamo, di unire il divertimento del gioco, al coraggio di nasconderci nel buio. Un coraggio relativo, vedendo la cosa col senno di poi, tenendo presente che giocavamo tra le mura amiche di casa che conoscevamo come le nostre tasche. Una rapida conta e via, partiamo. Gian, il ragazzetto stupido del gruppo venne, come al solito, ingannato nella conta e toccò a lui cercare mentre noialtri ci nascondevamo.“Conta fino a trenta velocemente se vuoi, tanto non ci troverai mai” gli gridò sprezzante Micheal, il ragazzo “figo” del gruppo, quello che era il primo ad avere i giochi e i vestiti migliori e che si vantava di qualche bacio con una, non meglio identificata, bambina della scuola. Sentivo ancora Gian contare quando vidi Micheal girare di corsa l’angolo per appostarsi dietro un bidone dell’immondizia poco fuori dal cortile. Decisi di scendere in garage per trovare nascondiglio nel primo posto abbastanza coperto a disposizione. Fatto di corsa lo scivolo che collegava garage e giardino cercai un box auto aperto per acquattarmi e aspettare. Ne trovai uno e lo riconobbi come il posto macchina del vecchio Mike del quarto piano. Il vecchio Mike lasciava sempre la macchina parcheggiata nel parcheggio esterno e il garage, praticamente vuoto. Corsi al suo interno e, appoggiato sul muro nascosto abbastanza bene da non farmi scorgere ma da poter sbirciare fuori, mi metto ad aspettare. Essendomi messo abbastanza in fondo alla zona garage sentivo a malapena quello che accadeva in cortile ed ero in tensione, pronto a balzare fuori a correre se ce ne fosse stato il bisogno. Fu dopo pochi minuti che sentii la sensazione di essere osservato. Non poteva essere, quando ero entrato il box era vuoto, ne ero sicuro. Pian piano mi girai, il box era piccolo ma verso il fondo il buio sembrava totale, nero come la pece. Li c’era qualcosa, lo sentivo più che vederlo. La paura iniziò a crescere dentro di me rendendomi impossibile qualunque movimento. Avrei voluto scappare o urlare ma non riuscivo a farlo. Ad un certo punto qualcosa uscì dal buio, una specie di tentacolo strisciava verso di me, cosi immateriale che poteva sembrare un ombra. Mi afferrò la caviglia e iniziò a strattonarmi e trascinarmi verso di lui riuscendo ad alzarmi da terra. Aggrappato all’angolo del muro urlai mentre con tutta la forza cercavo di sfuggire a quella morsa. La gamba era schiacciata da una morsa che al tatto pareva viscida ma era anche terribilmente stretta e solida. Urlai ancora, mentre la mia presa sul muro iniziava a cedere. Non sentivo nessuno, non riuscivo a credere che nemmeno i miei amici ne alcun condomino sentisse le mie urla. La mia mano scivolo via dall’angolo e le mie dita si attaccarono disperatamente all’interruttore del box mentre lottavo, urlavo e piangevo. Non passò molto tempo che persi la presa anche su quello. Scivolando, le mie dita fecero scattare l’interruttore accendendo la luce, una fortuna per cui ancora oggi ringrazio Dio. Appena essa si accese non sentii più nulla sulla mia caviglia e caddi a terra come se non ci fosse stato nulla a tenermi. Mi girai di scatto indietreggiando ma non vidi nulla. Il posto auto del vecchio Mike era vuoto come al solito, completamente. Tremando e col voltò pieno di terrore tornai in giardino e raccontai, tra i singhiozzi, tutto ai miei amici prima e ai miei genitori subito dopo. Nessuno mi credette. E come avrebbero potuto in fondo? Non avevo segni di violenza e nemmeno la caviglia che era stata stretta in quella morsa mostrava alcun livido o arrossamento e nessuno era stato visto arrivare o andar via dal garage. Mio padre andò anche a controllare, con me presente ma non trovo nulla e niente lo attaccò. Il tutto venne bollato in fretta come il gioco di un bambino che si era fatto impressionare come uno sciocco dalla sua stessa immaginazione.

Da quel giorno però non mi avvicinai più a zone troppo buie e iniziai a passare le mie serate a casa, alla luce. Non riuscii nemmeno a dormire più al buio, avevo sempre una lampada accesa vicino al letto. D’altronde quando provavo a stare al buio la certezza che quella cosa mi stesse guardando c’era sempre. Non importava quello che dicevano i miei genitori e gli amici, la cosa era la, mi fissava dall’ombra, aspettava un mio passo falso.

Negli anni non ho mai davvero capito il comportamento della cosa. Ovviamente, nell’infanzia, mi è stato impossibile evitare di restare al buio ma, tranne in alcuni casi di cui parlerò più tardi, l’essere non faceva nulla. Restava a fissarmi, a schiacciarmi con la sua presenza senza toccarmi. Forse giocava. Giocava a guardarmi impazzire pian piano cullato dal terrore che mi provocava la sua sola esistenza. Oppure voleva che rimanessi senza alleati, senza nessuno che mi sostenesse perché convinti della mia follia.

In parte ce la fece, rimasi isolato. Un giorno mi dimostrò che poteva fare male anche a persone a me care. Quando avevo circa 17 anni, mia madre, stanca della mia costante fobia del buio, volle entrare in camera mia e restare con la luce spenta per convincermi che non c’era nulla da temere e che non sarebbe successo nulla di male. Per i primi minuti ebbe quasi ragione, i secondi passavano, ma ne a me ne a lei succedeva nulla. Non sentivo nemmeno la presenza della creatura nei miei pressi. Stavo quasi tranquillizzandomi quando mia madre iniziò a respirare male. I miei occhi, ormai abituati al buio la videro mettersi le mani al collo ed annaspare alla ricerca di aria. Accesi la luce e lei cadde a terra stremata e di poco cosciente. Una crisi respiratoria disse il medico. Ma io non ci credevo, io sapevo che era stata la creatura a metterle i suoi tentacoli attorno al collo e stringere per uccidere. Mia madre non disse mai apertamente quello che era successo. Ma io lo sapevo, i suoi occhi la tradivano ogni volta che parlava di quel momento la vedevo testa e timorosa. C’era qualcosa in quella stanza, in quel buio e lei lo sapeva esattamente come me. Da quel giorno evitai di fare entrare o stare qualcuno con me nell’oscurità Anche quando andai a vivere da solo, più in la con l’età, le luci erano sempre accese. Comprai anche una serie di gruppi di continuità che collegati in modo adatto sarebbero scattati in caso di improvvisi blackout per illuminare e darmi il tempo di fuggire.

In ogni caso la mia vita era proseguita e, a prescindere dalla creatura, ero riuscito a completare gli studi e laurearmi. Iniziai come insegnante di fisica in una scuola superiore della mia città abbastanza presto dopo gli studi. Non avevo molti rapporti con i colleghi e una vita sociale piuttosto limitata. Perlopiù svolgevo le mie faccende nella notte, sotto la luce, dormendo la mattina sul letto che avevo posizionato in modo che la luce esterna lo bagnasse continuamente.

Come dicevo la cosa mi perseguitava sopratutto in casa. Appena mi stabilivo da qualche parte, dopo poche ore potevo sentirla guardarmi nascosta nell’ombra. Ma non pensate che all’esterno la mia vita potesse essere più tranquilla. Per certezza nelle mie uscite notturne stavo lontano dalle strade troppo buie camminando sempre sotto la luce dei lampioni. Quando ero in macchina tenevo sempre la luce interna accesa e, nonostante ciò, spesso con la coda dell’occhio mi sembrava di vedere qualcuno sui sedili alle mie spalle. Puntualmente ogni volta che mi giravo essi risultavano vuoti. Si, la creatura giocava con me, mi perseguitava, voleva che le mie certezze andassero in fumo.

Come già detto non mi attaccava spesso, ma è anche vero che io sviluppai una certa abilità nello stare alla luce, nell’evitare zone di buio. Lei giocava con me e io, mi piaceva pensare, giocavo lei.

Imparai ad avere massima attenzione per quello che facevo dopo l’episodio del treno. Da poco superati i miei venticinque anni decisi che era arrivato il momento di affrontare le mie paure o, quanto meno, di non farmi influenzare da lei a tal punto da non abbandonare la mia città. Ero nato e cresciuto in una piccola cittadina di poco più di mille anime. In questo senso il suo nome, Small Town, era abbastanza chiaro. La via principale della città poteva essere percorsa in poco più di un’oretta a piedi e ne sarebbero servite poche di più per visitare sommariamente anche le zone più periferiche della città. Avendo, tra i suoi pregi, un’università abbastanza prestigiosa (la stessa che avevo frequentato, anche se dando ogni esame da non frequentante) Small Town aveva una stazione dove i treni si fermavano più e più volte durante la giornata. Questi treni, inoltre, erano collegati a città più grandi che, nel mio immaginario erano abbastanza simili a metropoli confrontate al mio luogo di nascita. Fatto sta che, come già detto, decisi di affrontare le mie paure, prendere il primo treno diretto fuori da Small Town e uscire dal mio guscio. Il massimo che avrei potuto trovare, mi dicevo, sarebbe stata qualche galleria, tuttavia essendo il vagone sempre illuminato anche se la cosa mi avesse seguito non avrebbe potuto infierire su di me. Ricordo bene quel giorno. Arrivai in stazione verso le sette e trenta del mattino di una gelida giornata di Dicembre. Ma, nonostante l’aria ghiacciata che respiravo l’unica cosa che sentivo era un forte senso di libertà. Col sorriso sulle labbra presi il biglietto per il primo treno, direzione Saint Mary, e lo aspettai guardandomi attorno con curiosità. Nella vita, infatti, mi ero sempre limitato sia negli spostamenti che nei rapporti con gli altri evitando anche le gite di classe per paura che quell’oscurità che tanto temevo mi prendesse. Quindi osservavo con interesse le varie persone presenti alla stazione quella mattina. Un gruppo di ragazzi universitari parlava ad alta voce dell’esame che avrebbero dovuto sostenere commentando il materiale studiato e il tipo di test a cui il docente li avrebbe sottoposti. Uno di loro, più esterno al gruppo era intento a leggere, con occhi stanchi e in mano un caffè un grosso libro che, immaginai, doveva essere il testo dell’esame in questione.
Sul mio binario un vecchio signore, con un lungo cappotto marrone avvolto in una sciarpa stava leggendo il giornale mentre fumava la pipa, borbottando ogni tanto un commento a qualche notizia. Sul binario davanti a me un uomo con occhiali e ventiquattrore camminava avanti e indietro nervosamente fumando una sigaretta. Su una panchina poco distante un ragazzo fissava il vuoto immerso nella musica che un vistoso paio di cuffie gli iniettava nelle orecchie. Il treno arrivò puntualmente alle sette e quarantacinque. Furono pochi i passeggeri che scesero alla fermata quindi potei salire subito in carrozza. Mi sedetti nel primo posto che trovai tirando un respiro di sollievo, quello che ritenevo il grosso era fatto. Mi rilassai guardando il paesaggio fuori dal finestrino mentre il treno si metteva in moto e proseguiva lungo la strada che mi avrebbe portato a Saint Mary. Non passarono molte fermate che mi ritrovai da solo all’interno della carrozza. La cosa non mi disturbava, al contrario. Ero ben abituato alla solitudine ed essa mi faceva sentire più a mio agio nel viaggio. Esso sarebbe complessivamente durato almeno due ore e dopo un oretta il movimento del treno stava cullandomi e accompagnandomi nel mondo del sogni. Ma purtroppo essi erano destinati a scomparire cancellati dall’incubo che accompagnava la mia vita. Infatti mentre ero nel dormiveglia il treno entrò in una galleria. Non credo di essermene subito reso conto ma bastò vedere, anche da mezzo addormentato, il buio fuori dal finestrino per tornare con angoscia alla veglia. Nonostante mi sentissi abbastanza sicuro della luce elettrica all’interno del vagone non potei fare a meno di sentirmi in un forte stato di apprensione, di ansia e di paura. Mi guardai attorno sperando ci fosse qualcun’altro nel vagone. Forse vedere qualcuno immerso tranquillamente nella lettura o comunque a contemplare il buio senza timori mi avrebbe tranquillizzato. Ma il vagone era vuoto e ciò in qualche modo mutò la mia paura in terrore. Guardai l’orologio, erano ormai quasi le nove del mattino ed era strano che un vagone del diretto per Saint Mary fosse vuoto in un giorno feriale. Ma fu guardando il finestrino che mi resi conto che il mio terrore era di fronte a me. Un buio innaturale dipingeva il mio finestrino del colore della pece. Iniziai a tremare e a capire. Tutti i finestrini erano cosi. Non lei, non lei. E il treno? Per Dio sembrava fermo. Era irreale. Dio ti prego, tutto ma non lei. Mi alzai e feci per correre verso l’uscita ma lei mi stava già aspettando. Dai finestrini l’oscurità, come una macchia di petrolio che si sparge nel mare, si stava diffondendo nel vagone. Era come acqua che entrando da finestrini e porta stava allagando il vagone. Mi resi conto di essere in trappola, era dovunque e stava avanzando lenta ma inesorabile.

Da quella china vidi uscire quel tentacolo che già una volta avevo visto nella mia infanzia. Pochi secondi. Pochi secondi e mi avrebbe raggiunto. “No” urlai nuovamente arretrando mentre tremavo. Pochi secondi e il tentacolo mi aveva afferrato una caviglia e mi stava trascinando nel buio. Le ombre, le ombre mi avrebbero inghiottito per sempre. Inoltre sentivo la caviglia bruciare come se venisse marchiata. Pochi secondi e sarei stato portato nel buio permanente, in un sonno senza sogni ne risveglio.

Con la forza della disperazione mi attaccai a un sedile cercando disperatamente di tirarmi su e liberarmi la caviglia. Dicono che l’istinto di sopravvivenza dona, a volte, una forza inaspettata.

Nel mio caso è stato sicuramente vero. In nessun altro modo posso spiegare l’essermi riuscito a liberare da quella morsa. Mi giocai l’unica possibilità che avevo. Anche se il finestrino era diventato completamente nero dietro poteva esserci ancora il mondo esterno e con esso la luce e con essa la mia salvezza. Con la forza della disperazione colpii il finestrino due o tre volte riuscendo a romperlo poco prima che il tentacolo mi riprendesse. Dalla frattura del vetro entrò un caldo flusso di luce che fece arretrare e poi sparire la creatura mentre io privo di forze mi accasciai sul sedile perdendo, poco dopo, i sensi. Feci giusto in tempo a percepire il familiare traballare del treno che aveva il sapore della salvezza.

Riuscii a riavermi e a nascondermi in bagno prima che qualcuno vedesse il danno che avevo fatto e mi accusasse ingiustamente di vandalismi di qualche tipo. Lavai più volte la mano riuscendo a pulire il grosso del sangue per poi avvolgere la ferita con un fazzoletto. Mani in tasca uscii alla prima fermata (che per fortuna arrivò quasi immediatamente) e mi dileguai in fretta.

Ho ripetuto più volte che a causa della mia paura dell’oscurità cercavo di stare lontano dalle persone. Questo mi aveva impedito di crearmi una vera vita sociale e fu il principale motivo per cui verso i miei trent’anni mi ritrovai completamente solo e, in parte, isolato dalla società. I miei genitori morirono per cause naturali a pochi anni di distanza. Il primo fu mio padre. Se ne andò semplicemente nel sonno. Si mise a dormicchiare sul letto un pomeriggio di primavera dopo il pranzo e non si ridestò mai più. Ricordo ancora la voce rotta dal pianto di mia madre che mi chiamò dall’ospedale mentre il consiglio degli insegnanti stava per iniziare. Corsi all’ospedale ma era ovviamente troppo tardi. Se ne era andato. Non avevo potuto nemmeno salutarlo, nemmeno fargli capire che la mia paura del buio non era una ridicola patologia ma un terrore fondato. Mia madre resistette qualche anno per poi spegnersi anche lei. Le sue condizioni di salute, che non erano mai state ottimali, peggiorarono dopo pochi mesi che papà ci aveva lasciati. Fu come se si fosse pian piano lasciata morire. A nulla servirono le medicine che ogni giorno andavo, su ordine del medico, a somministrarle. Se ne andò col sorriso sulle labbra a raggiungere il marito. Non riuscii mai a farle capire che non ero pazzo né a farle confessare che l’ombra aveva cercato di ucciderla.

Quello che non ho detto è che con l’andare degli anni l’ombra aveva eliminato anche fisicamente delle persone che mi stavano vicine. Non tutti erano convinti fossi pazzo o se lo erano erano anche fortemente motivati ad aiutarmi. Cosa che, pensavo, mi sarebbe prima o poi tornata utile.

Ricordo chiaramente quando all’età di vent’anni mi feci coraggio e mi addentrai nell’ombra assieme a Claire Brown. Io e Claire ci conoscevamo fin da bambini ma fino alla maggiore età ci eravamo scambiati al massimo un saluto quando ci incrociavamo per strada. Eravamo stati compagni di elementari e per un periodo anche alle scuole medie prima che lei cambiasse istituto, dopo aver subito atti di bullismo, o almeno cosi si diceva. In ogni caso anche negli anni delle elementari i nostri rapporti erano stati molto rari. Negli anni precedenti il mio primo incontro con l’ombra, infatti, come molti bambini maschi me ne stavo nel mio gruppetto di coetanei e stavamo lontani dalle bambine, trovando noioso il loro mondo fatto di principesse, case di bambole e pupazzi di ogni tipo. Nel periodo, invece, successivo al mio incontro con “la cosa” per la mia strana paura del buio e dell’oscuro ero stato prima deriso e poi, pian piano, isolato. Tutto cambiò, però, quando la rincontrai all’università. Entrambi eravamo al primo anno alla facoltà di fisica e ci incontrammo come spaesate matricole alla prima lezione del primo anno. Il fatto di essere stati compagni di classe in passato ci aveva dato la scusa per affrontare assieme l’inizio di questa avventura. Con l’andare dell’età, l’ho certamente già detto, avevo iniziato a mascherare sempre meglio la mia paura dell’oscurità. A quei tempi ero oramai capace di farla sembrare una semplice e bizzarra eccentricità personale. Non fu quindi difficile legare sempre più con Claire man mano che ci addentravamo in quell’inferno di libri e caffè solubili che è l’università.

Scoprii che anche lei, non aveva molti legami. Infatti le voci riguardanti atti di bullismo da lei subiti alle medie erano vere, ma molto più gravi di quel che si diceva. Non solo, infatti la ragazza aveva subito vessazioni dai compagni più grandi, forti del fatto che da bambina Claire era bassa, magrolina e con l’apparecchio (il perfetto stereotipo di ragazzino bullizzato) ma anche delle molestie di tipo sessuale da un insegnante. La cosa non era venuta a galla siccome la ragazza veniva da una famiglia di avvocati in ascesa, occupata più a mantenere pulito il loro nome che al bene della bambina. In definitiva Claire venne spostata in una scuola privata e il professore mantenne il suo posto dietro la promessa di dimenticare ciò che era successo e di non fare mai il nome della bimba o della sua illustre famiglia, il tutto, ovviamente dietro compenso. Successivamente Claire aveva continuato la sua vita e, una volta finite le medie, aveva continuato anche le superiori in una scuola privata, ma in un altra città. Quella bambina mingherlina era cresciuta divenendo una ragazza molto bella ed avvenente ma, come conseguenza di quell’esperienza, aveva sempre tenuto a distanza le altre persone. Arrivato il momento di scegliere l’università aveva seguito la sua passione per la fisica e aveva usato la cosa come scusa per tornare a Small Town, un po’ per affrontare i fantasmi del suo passato un po’ per staccarsi da una famiglia che sentiva fin troppo lontana. Questo avere in comune il preferire la solitudine ai rapporti con gli altri mi faceva sentire Claire molto vicina. Inizziammo a passare sempre più tempo assieme, iniziando anche a frequentarci nel tempo libero, sempre però lontani dagli occhi degli estranei, di tutti gli altri. Avevamo creato un nostro piccolo mondo. Un mondo in cui, per un breve momento potei accarezzare l’idea di poter vivere quasi normalmente. L’idea di poter essere felice.

In un certo senso credo in una specie di destino. In una specie di flusso karmico che lega le persone con fili invisibili e che, se è destino, le fa incontrare anche dopo averle divise. Con Claire andò così. Il nostro rapporto si può, in un certo senso, dividere in due tronconi. Amavo Claire, probabilmente dal primo momento in cui ci siamo incontrati. Fin dai nostri primi incontri occasionali a lezione il mio cuore palpitava vedendola. Lei era la luce che cacciava via le ombre che strangolavano la mia vita. Non so se sentivo questi sentimenti perché era praticamente l’unica persona con cui ebbi dei veri contatti in anni o anni o se davvero provavo questo fortissimo sentimento. Comunque gli anni passavano e, esattamente come nei film di cui parlavo prima, più il nostro rapporto diventava forte più dirle quello che provavo mi era difficoltoso. Era l’ombra a bloccarmi. Da un lato, come per tutta la vita mi era successo, “la cosa” aveva l’effetto di bloccare i miei rapporti con gli altri. La paura del buio crescendo si era affievolita ma non era mai del tutto sparita. E Claire? Claire non aveva paura del buio. Claire era normale. Claire il mio mondo non l’avrebbe mai capito. L’avrebbe impaurita, stritolata e, infine, allontanata da me. Questi dubbi e questi timori costruivano un unico grande mosaico che disegnava nella mia anima la grande paura di perderla.

In ogni caso, come è inevitabile accada, gli anni proseguivano il loro lento ma costante cammino. Cosi passammo dall’essere felice nel passare i primi esami al laurearci, dal laurearci al lavoro. Sempre assieme, o quasi. Il destino pareva volerci uniti nel cammino delle nostre vite, o almeno cosi mi sembrava. Per me fu il massimo scoprire di lavorare con lei. Ricordo ancora che mi chiamo tutta eccitata dicendomi che era stata chiamata per una supplenza nella mia stessa scuola. Almeno 6 mesi, forse un anno. Quella supplenza sarebbe durata effettivamente sei mesi, non ne avrebbe mai più fatte altre. Come saremmo stati tutti e due meno contenti se avessimo saputo come sarebbe andata a finire la nostra avventura assieme. Come sarei stato più attento se conscio che chiunque seguisse una parte della strada della vita assieme a me fosse destinato a scomparire, a morire. E in questo caso non era chiunque. Era Claire. Era Lei. Nei miei occhi e nella mia mente la lei che incontri una volta nella vita. La persona che se persa è persa. Potresti anche incontrare qualcun’altro ma per tutta la vita dovrai convivere con l’idea che non è la persona che davvero volevi. Forse quella volta fu proprio il terrore di vivere nel rimpianto a battere quello dell’ombra e a convincermi a invitarla a cena.

Scese da casa vestita con un bell’abito, elegante ma non troppo. Solo una lieve traccia di trucco le abbelliva il volto. Mi salutò con una caldo abbraccio come era solita fare. Ci avviammo a piedi al ristorante dove avevo prenotato due posti. Era una calda giornata di fine Agosto. Lei era tutta contenta e soddisfatta. Una supplenza presa al volo prima dell’inizio delle lezioni era una bella fortuna mi diceva. Ero d’accordo. Io ero stato molto fortunato a trovare lavoro subito mentre lei aveva dovuto arrancare molto di più prima di arrivare a guadagnarsi qualche supplenza scarsa. Quest’ultima di sei mesi era, in effetti, la più lunga a cui era mai arrivata. La cena fu davvero piacevole. Il tavolo era posto in giardino, che quando scendeva il buio veniva illuminato dalla luce di diversi lampioncini posti in punti strategici che davano alla zona un’illuminazione buona (per fortuna, pensai tra me). Oltre alla luce del lampioncino, (ed oltre alla luce dalla strada) il centro del tavolo era illuminato da una candela. Parlammo per delle ore. Con lei, come al solito, non sentivo il peso del tempo. E nemmeno quello delle mie paure. Come spesso faceva, Claire mi aggiorno sul rapporto coi suoi genitori (sempre freddo e distante. Ormai prossimo a rompersi definitivamente). Mi disse che ormai era stanca del modo in cui la trattavano, del modo in cui cercavano di criticare ogni sua scelta e ogni suo sbaglio. Da mesi non sentiva nessuno della sua famiglia. Tanto, mi disse, era convinta che a nessuno sarebbe importato. Come sempre tutti i suoi discorsi erano sporcati dall’ombra della delusione e del pessimismo. Ancora lei, l’ombra. Presente in me come in lei. Mi pareva davvero ci unisse. Mentre parlavamo un fiume di pensieri mi portò a considerare come serio il timore di perderla. Sei mesi o un anno che fosse durato il periodo della sua supplenza nell’istituto in cui lavoravo, prima o poi il tempo sarebbe scaduto. Presto o tardi lei se ne sarebbe andata, magari chiamata a lavorare lontano dal Small Town. Lontana da me. Inoltre, chissà, poteva arrivare un uomo a portarmela via. Negli anni aveva avuto soltanto pochi rapporti seri con altri uomini. Queste relazioni erano sempre state fragili, senza durare mai più di qualche mese. Anche questo ci accomunava in fondo. No. Non volevo perderla. In anni e anni non l’avevo mai davvero invitata in ristorante. Mai ad un vero appuntamento come era effettivamente quello. Decisi che quella sera le avrei espresso i miei sentimenti. Non volevo perderla. Che sciocco ero. Ma come, come potevo sapere che perdendola l’avrei salvata?

Fu quando tornammo a casa che decisi di affrontare l’argomento. Mi sentivo come il protagonista di un romanzo d’amore di serie B. Proprio come in essi l’incapace aveva deciso, al primo appuntamento di dichiararsi all’amica storica. Proprio come in essi lo feci, inciampando nelle parole sotto casa sua. Proprio come in essi lei mi rispose con un sorriso ed un bacio. Quello fu l’inizio del nostro rapporto, l’inizio della fine di Claire. Fu l’inizio della parte della mia vita che entro qualche mese mi avrebbe portato in un paradiso fatto di speranze ed aspettative per poi scaraventarmi nell’inferno che era la mia vita.

Quando iniziammo a stare assieme come coppia e non più come amici iniziai ad avere la forza di aprirmi ancora di più con Claire. Fino a quel periodo lei era stata depositaria dei miei segreti più profondi, dei miei sogni e delle mie aspettative più radicate ma non l’avevo mai resa partecipe dell’unico vero segreto della mia esistenza. Ovviamente inizialmente il dubbio mi dilaniò con rapidità e facilità. Dovevo dirglielo? Non avevo la più pallida idea di come avrebbe reagito. Non volevo se ne andasse ma non potevo tenerla all’oscuro di questa parte così importante della mia vita. Passai dei mesi a ragionare su ciò. Lei sembrava non accorgersene. Solo ogni tanto, quando notava che ero perso nei miei pensieri come fossi avvolto da una fitta nebbia, mi chiedeva che avevo. Perlopiù credo non dicesse nulla per rispetto a me. Aveva sempre saputo aspettare. Sapeva che al momento giusto le avrei detto tutto spontaneamente. Dopo anni e anni che ci conoscevamo poteva averne la certezza. E cosi in effetti fu. Ormai l’estate era un ricordo quando decisi di parlarle “della cosa”. Era autunno ormai quando, senza sapere quello che stavo realmente facendo, feci un passo verso il baratro.

Era una fredda giornata di Novembre quando raccontai a Claire dell’ombra. Ormai eravamo molto uniti. Io iniziavo a provare per lei un sentimento che mai avevo provato prima, l’amore. Credo fu questo il motivo che mi spinse a parlarle del mio più grande segreto. Le dissi tutto. Lei inizialmente fu incredula, poi interessata, poi quasi spaventata. Mi ci vollero varie ore e molte sigarette per riuscire a raccontarle tutta la mia disavventura. Alla fine era esterrefatta. Ma mi credeva. “E’ pazzesco, senza alcun senso, anzi forse sei semplicemente impazzito, però ti credo.” mi disse dopo qualche minuto di silenzio. Non riuscivo a crederci. Dopo anni e anni ero riuscito a confidare a qualche estraneo la mia maledizione. Mi sentivo libero, felice. Senza rendermene conto iniziai a piangere e calde lacrime iniziarono a sgorgarmi dagli occhi bagnandomi le guance. Quel pomeriggio la baciai. Quel pomeriggio facemmo l’amore. Eravamo felici. Entrambi.

Nei giorni successivi feci persino entrare Claire nel mio appartamento (rigorosamente di giorno) facendole esplorare tutte le quattro stanze di cui era composto (era un appartamento semplice con una cucina, un bagno e una camera con un piccolo corridoio che faceva da collegamento) e facendole vedere tutti i mezzi che avevo per contrastare il buio.

La sentivo mia alleata quando le confidavo come mi faceva sentire avere lo sguardo della “cosa” addosso ogni istante, da ogni angolo buio dei posti a me familiari. Penso lei fosse davvero interessata ad aiutarmi. Ogni giorno mi chiedeva più informazioni, cercando di sapere sempre di più e carpire sempre più dalle poche informazioni sui comportamenti dell’ombra che avevo intuito negli anni.

Fu un giorno di Gennaio, poco dopo capodanno, che avevamo passato assieme, che me lo chiese. “Affrontiamola“ mi disse “Forse possiamo sconfiggerla o perlomeno indebolirla abbastanza da indurla a non farti più del male, sarebbe già qualcosa non trovi?”. Ora lo so. So che avrei dovuto rifiutare. Avremmo potuto vivere assieme, continuare a stare assieme anche nonostante l’ombra. Ma in quel momento, con i miei vent’anni pieni di aspettative e speranze non pensai a che conseguenze potevano avere le mie decisioni. Non pensai a che conseguenze poteva portare affrontare “la cosa”, quell’essere immondo, quel demonio. Eravamo giovani. Eravamo stupidi. Non avevamo nemmeno un vero piano. Anzi non avevamo alcun piano. Decidemmo di studiare più a fondo quell’essere, capire se aveva dei punti deboli da sfruttare a nostro vantaggio. Claire mi disse di volere provare a stare al buio, ovviamente in mia presenza. Voleva vedere se l’avrebbe attaccata e cosa sarebbe successo. Memore di quanto successo a mia madre ero contrario ma lei insistette e alla fine riuscì a convincermi. Pensandoci ora, forse questa sua abilità a farmi cedere è stato uno dei passi verso la sua stessa fine. E maledetto me per avercela accompagnata tenendola per mano in quel baratro oscuro che è la morte.

Era una gelida giornata di metà Gennaio quando io e Claire decidemmo di provare. Lei si posizionò vicino alla porta, con una mano stretta sulla maniglia in caso che servisse una fuga immediata. Io ero invece, vicino alla finestra pronto ad aprire le persiane in caso di bisogno (come ulteriore precauzione l’esperimento venne fatto nel primo pomeriggio) e con una torcia in mano in caso di estremo pericolo. L’unica incognita era data dalla “cosa”. Ignoravamo infatti la sua vera grandezza e se, come pensavo, era grande quanto l’ombra stessa avrebbe potuto bloccare e fare del male nello stesso tempo a entrambi prima che potessimo fare qualunque cosa. Messi in posizione fu Claire stessa a spegnere la luce. Fu questione di pochissimi secondi prima che io cominciassi a sudare freddo. Claire rimaneva appoggiata al muro vicino alla porta esattamente com’era quando aveva spento la luce. Passò un minuto circa e la sentii. Sentivo chiaramente la presenza dell’ombra. Era immobile, da qualche parte o forse dappertutto. Quando i miei occhi si abituarono al buio corsero subito a Claire. Era immobile e si guardava intorno, probabilmente in cerca della cosa. Mi chiedevo se la vedesse. Avrei voluto chiederlo a lei ma non osavo parlare. Avevo paura che a qualunque cambiamento in quella situazione di stallo l’ombra avrebbe fatto qualcosa di terribile. Passarono dei minuti. Mi sembrava l’aria diventasse pian piano più gelida. O forse era solo una sensazione. Mi stavo facendo prendere dal panico questo era certo. Sentivo il cuore battere a mille e le gambe si facevano più molli man mano che passava il tempo. Allo stesso tempo il corpo era in tensione, pronto a scattare in caso di bisogno. “La cosa” era la. Lo sentivo. La cercai con lo sguardo ma, come al solito, mi era impossibile vederla. Sentii un brivido freddo lungo la schiena. Era lei? Mi stava sfiorando? Forse stava per attaccare. Mi sentii mancare ma mi feci forza, dovevo resistere. Non c’era in ballo solo la mia vita. Ancora brividi. Sempre più gelidi. Iniziai a tremare. Claire era immobile. Si guardava intorno, ogni tanto i suoi occhi si fermavano su di me. Il tempo scorreva lento come se la clessidra che contiene i granelli di sabbia che noi chiamiamo momenti si fosse inceppata. Non so quanto passò. Potevano essere due minuti o cinque. Per me erano stati delle ore. Sapevo che la creatura stava studiando Claire che stava studiando le tenebre. Temevo avrebbe attaccato da un momento all’altro quando nel buio risuonò un “Ok per adesso può andare”, poi un click e le luci si accesero. Io dovevo essere pallido come qualcuno che aveva appena visto un fantasma (Ma di fatto non era cosi? Non era una specie di fantasma quello che da una vita mi perseguitava?) perché come prima cosa la ragazza mi strinse in un lungo abbraccio seguito da un bacio. “Era qui, vero?” mi chiese con voce seria. “Si” le dissi. Comunque nelle condizioni in cui ero non avrei potuto mentirle. Mi disse che lei non aveva sentito la presenza effettiva dell’essere ma che aveva sentito una specie di tensione violenta provenire dalla stanza, poco distante da lei. Le dissi che avevo avuto l’impressione che l’ombra stesse per attaccare poco prima che la luce si accendesse. Forse ci eravamo salvati per fortuna. Forse eravamo stati graziati. Non avremmo mai dovuto ripetere un esperimento del genere le dissi. Claire non fu d’accordo mi ricordò che ci eravamo promessi quantomeno di studiarla e che fare ancora qualche esperimento in più non avrebbe fatto male. “In fondo insegniamo fisica no? Siamo praticamente scienziati” concluse sorridendo. Non potevamo sapere che il secondo esperimento sarebbe stato l’ultimo. Che lei non sarebbe mai diventata nè una scienziata nè nient’altro. Il suo destino era nelle tenebre, esattamente come il mio. Ma in quel momento il calore del suo sorriso riempiva di ottimismo il mio cuore la mia anima. In fondo la creatura non aveva attaccato, magari era in tensione ma non l’avrebbe fatto. E se era successo quella volta perché non due? O tre? Ero solo un povero sciocco.

 

Il secondo passo del nostro esperimento consisteva nello stare nuovamente al buio, ma stavolta lontani da casa mia. Questo serviva per scoprire se “la cosa” avesse meno possibilità di agire lontano dal luogo in cui vivevo o se le sue capacità rimanevano invariate. Era rischioso ma dovevamo provare, o almeno cosi la pensava Claire. Ancora sono stupito della facilità con cui mi convinse e di come il suo atteggiamento positivo riuscì a far si che io convincessi persino me stesso. Ero uno stupido. Decidemmo di fare la prova in un boschetto poco lontano dal centro città. La notte del giorno prefissato la luna piena rischiarava quasi a giorno la notte, il che mi rese più tranquillo. Arrivammo in auto nel luogo prefissato quando mancavano pochi minuti alla mezzanotte. Gli alberi del boschetto creavano delle vaste zone d’ombra che contrastavano con il chiarore che la luna stendeva su tutto. Claire scese per prima dall’auto mentre io mi presi ancora qualche minuto. Nel viaggio mi era parso di vedere qualcosa di strano tra i sedili dietro. No era immaginazione, tutta auto convinzione. Scesi dall’auto dopo qualche minuto. Lei capendo le mie paure non si era avvicinata lasciandomi qualche secondo per riflettere, per convincere me stesso una volta di più che quello che stavamo facendo era rischioso ma doveva essere fatto. Scesi dall’auto con movimenti che mi parevano rallentati. Chiusi la portiera e accesi una sigaretta. Claire in silenzio si avvicinò e ne accese una a sua volta. Fumammo con calma, in silenzio, ognuno perso nei suoi pensieri. Chissà se lei lo sapeva che non avrebbe avuto più possibilità di guardare il cielo immersa nei suoi pensieri. Chissà se ci credeva davvero all’esistenza di un’ombra che mi perseguitava da tutta una vita. Chissà. Finì la sigaretta, la gettò a terra e in silenzio di avviò verso il boschetto facendomi cenno di seguirla. Gettai anche io la mia e la seguii. Prima di immergerci nel buio mi diede un lungo abbraccio e mi bacio sulle labbra. “Andrà tutto bene tranquillo” mi disse con un sorriso. Pian piano ci addentrammo nel buio. Entrambi eravamo armati di torcia. L’unica altra fonte di luce era la luce della luna che filtrava leggera tra i rami degli alberi. Il nervosismo mi prese come un pugno nello stomaco e ancora prima di fermarci, ancora prima che le torce fossero spente iniziai a sudare freddo. Istintivamente mi guardai alle spalle, come per assicurarmi che nessuno ci seguisse. Per assicurarmi che l’ombra non prendesse vita dietro di noi. Scelse una zona di buio di abbastanza vasta. A quattro, cinque metri dall’ombra c’erano delle zone di luce in cui rifugiarsi in caso di necessità. “Siamo pronti?” mi chiese. No, non ero pronto. Sentivo l’ansia formarmi un groppo in gola e il cuore battere all’impazzata. Dovevamo andarcene da li. Potevamo ancora farlo e tornare più avanti con un piano più studiato, più tranquillo. Ma non dissi niente e feci, anzi, un cenno di assenso. Non volevo deluderla, non volevo dimostrarmi schiavo delle mie paure. Non volevo farmi vincere prima di avere cominciato. Eravamo distanti circa un metro quando spegnemmo le torce. Ricordo che mi fece l’occhiolino sorridendo prima di farlo. Una volta al buio, ancora una volta, il terrore si impossessò di me. Il sudore raddoppiò e con esso arrivarono immediatamente i brividi e la paura. Tentai di calmarmi con un profondo respiro. Ma ce ne vollero diversi perché tremori e ansia iniziassero a diminuire permettendomi di rendermi conto di una cosa, “la cosa” non c’era, non la sentivo. Non sentivo nulla di strano. L’unica presenza che riuscivo a sentire era quella di Claire. Mi rilassai completamente e dopo un paio di minuti iniziavo persino a essere fiducioso. Non sapevo quanto tempo era passato. Ipotizzai fossero pochi minuti anche se mi sembravano molti di più. Tuttavia il non sentire la presenza dell’ombra mi faceva sentire più leggero. Feci per prendere una sigaretta e in quel momento tutto cambiò. Mentre la portavo alla tasca la mia mano letteralmente si bloccò. Qualcosa mi teneva. Era arrivata. Improvvisamente e senza preavviso. Sentivo qualcosa che mi bloccava il braccio con forza. Alzai la testa, mi resi conto che il buio stava arrivando. E Claire? Se ne era resa conto? Doveva fuggire, questa volta “la cosa” era più violenta. Cercai di chiamarla, ma l’ombra sgorgava nella mia gola impedendomi di emettere qualsivoglia rumore o gemito. Era come se una sostanza di qualche tipo mi stesse sprofondando nella gola anestetizzandola e bloccandomi le corde vocali. Il buio si impossessò di me, bloccandomi e riducendomi in pochi secondi all’impotenza. Fu in quel momento che sentii Claire gridare. Signore ti prego no. L’ombra ormai mi aveva costretto ad una semi cecità iniziando a colarmi addosso come cera, coprendomi pian piano anche gli occhi. Vedevo a sprazzi. Rumori di lotta. Urla. Urla strozzate. Dio salvala. La sentii urlare “Fermati, ti prego”. Pian piano stavo perdendo i sensi. Il liquame ombroso che mi stava comprendo pesava sempre più. I rumori di lotta continuavano. Le urla diventavano strozzate. Poi sprazzi. Immagini senza senso. Il suo collo. Le sue braccia. Le avevo baciate. Erano ora corrotte dall’ombra. Piango, prego “Padre nostro…” Erano nere, lei stava annaspando, cercava aria. I tentacoli. I tentacoli la stavano soffocando per dio. “…che sei nei cieli…” Dov’ero? La vedevo ma ero bloccato. La vedevo da vicino, da lontano. Mi sentii soffocare anche io. “…sia santificato il tuo….” Si muoveva debolmente. Guardò dalla mia parte. Buio. Gemiti. La rividi, immobile. Contusa. Ero bloccato. Ora toccava a me? Buio. “….amen….”.

Non so quanto tempo dopo mi ripresi. Tutto era ancora avvolto nel terribile manto dell’oscurità. Il silenzio era totale intorno a me. “Claire?” chiamai. Nessuna risposta. Solo il silenzio. Non sentivo nessuna presenza, né quella di Claire né quella dell’ombra. Attorno a me sentivo solo l’abbraccio gelido del vento di quella notte di Gennaio. Ero in mezzo al buio, “la cosa” non mi aveva ucciso. Tuttavia avevo lottato, questo era certo. Notati profondi graffi sulle mie mani e mi resi conto di essere ferito anche al volto. Mi facevano male schiena e braccia mentre mi alzavo sulle gambe che sentivo malferme. Chiamai più volte Claire, guardandomi intorno, cercando alla cieca nel buio perlomeno il suo corpo. Non trovai nulla. La mia Claire sembrava svanita nel nulla e con lei la mia speranza.

Le settimane seguenti vissi una specie di regressione nei miei rapporti col mondo, accompagnati da una rinnovata paura per il buio e l’oscurità. Rimasi chiuso in casa senza mai uscire. Mangiavo e bevevo quanto bastava per sopravvivere. Pensai di smettere pure con questo e farla finalmente finita con questa vita, con questo incubo. Nessuno mi cercò, non avevo amici e il mio unico compagno in quel frangente era il rimorso. Avrei dovuto impedirle di entrare in quel boschetto, in quell’oscurità. Era tutta colpa mia. Solo colpa mia.

Dopo poco più di una settimana venne la polizia che stava facendo delle ricerche sulla scomparsa di Claire. Nonostante fossimo stati discreti a quanto pare la nostra relazione era stata notata da qualcuno, pensai. O forse, più semplicemente, ne aveva parlato ai suoi genitori, anche se non me l’aveva mai detto e, da quello che mi raccontava, non era in buoni rapporti con la famiglia. Non a caso aveva cercato rifugio in questa piccola città. La tua fuga è finita piccola. Mi spiace solo che sia andata cosi. Spero che almeno ora tu abbia trovato la pace. Il mio amore non ti ha protetto dall’ombra, dovevo immaginare che non avrebbe potuto. Alla polizia dissi che non sapevo nulla. Inventai un viaggio a cui mi aveva accennato, ma che era stata vaga sulla sua vita personale. Il nostro era poco più di un rapporto di sesso. Quanto male mi fece mentire in quel modo. Ma cos’altro potevo fare? Dire che la mia ragazza era stata probabilmente uccisa da un essere che viveva nell’ombra? E se non l’aveva uccisa, solo Dio sa dove poteva averla trascinata.

Non vennero più. Chissà, forse erano giunti alla conclusione che la ragazza era fuggita per qualche motivo. Oppure, e mi pareva più probabile, la famiglia aveva messo tutto a tacere. Non sia mai che il nome venisse macchiato per una figlia ribelle. Meglio scordarla. Se non fosse tornata ne avrebbero guadagnato una seccatura in meno.

Per quel che mi riguarda non ebbi mai il coraggio di tornare nei pressi di quel boschetto. Non volevo rivivere quegli ultimi, orribili, momenti che avevamo passato assieme. L’ombra mi aveva insegnato, nel modo più doloroso possibile, a non scherzare con lei e a non osare sfidarla. Per farlo non aveva usato mezze misure. Claire era sparita, inghiottita dall’oscurità e probabilmente morta. Io invece avevo su di me un rimorso che giorno dopo giorno mi stava dilaniando. Come se non bastasse per settimane e settimane nei miei incubi rivissi l’esperienza. La vedevo implorare pietà mentre tentacoli fatti di ombra le si stringevano al collo. Vedevo i suoi occhi bagnati dalle lacrime diventare vitrei. Sentivo le sue preghiere, le sue implorazioni diventare sempre più flebili. Le sentivo spegnersi. Quel che mi faceva più male era sentirla chiamare il mio nome, implorare il mio nome ancora prima di quello di Dio. Ma nell’incubo come nella realtà non potevo fare nulla. Non potevo impedire la sua morte e nemmeno bloccare l’ombra. L’ombra mi costringeva spettatore. Nel mio incubo non avevo nemmeno la fortuna di svenire e risparmiarmi tutto questo. Anzi nel mio orribile mondo onirico lo vivevo in prima persona, vedendo dettagliatamente quello che faceva l’ombra. Ma, esattamente come lo spettatore di un cinema, non potevo agire per cambiare quello che accadeva.

A volte riuscire a resistere a tutto questo mi era quasi impossibile. A volte le crisi che vivevo erano davvero terribili e squartavano il mio animo e la mia voglia di vivere. Una notte decisi che era troppo. Volevo farla finita. Volevo farmi inghiottire dall’ombra, scoprire se almeno cosi avrei avuto modo di rivedere Claire. Fossi morto tentando tanto meglio. Mi ubriacai aspettando in compagnia degli alcolici il momento giusto per salutare per sempre questa vita. Erano circa le tre di notte quando, barcollando, mi alzai dal tavolo a cui ero seduto e spensi la luce. Appena fatto, una scarica di adrenalina mi fece tornare lucido in un attimo. Forse avrei dovuto pensarci meglio. Allungai la mano verso l’interruttore ma era già troppo tardi. La mia mano rimase bloccata a mezz’aria e qualcosa mi impediva di muovere il braccio in qualunque modo. Era tornata. Sentii qualcosa che dal ventre saliva verso la mia gola. Qualcosa di viscido e gelido. I brividi mi corserò lungo la schiena. Raggiunse il mio collo. Iniziò a stringere. Mancava l’aria. Cercai di portare la mano libera al collo ma anch’essa venne bloccata, stavolta a pochi centimetri dal collo. Lottavo disperatamente. Sempre meno aria. Nel collo il gelo. Cercai di divincolarmi. Dio solo sa come ma riuscii a liberarmi. Feci un balzo all’indietro. Sbattei contro la sedia e caddi. Gli occhi non erano ancora abituati al buio, mi muovevo alla cieca. Sentivo la cosa muoversi attorno a me. Non capivo dov’era e nemmeno quanto fosse grande. Sentii un forte colpo al fianco. Mi piegai. In quello stesso istante avevo raggiunto il tavolo. Cercavo disperatamente il mio pacchetto di sigarette. Al suo interno c’era il mio accendino. La luce. La salvezza. Di nuovo l’ombra mi colpì. Stavolta allo stomaco. Erano come colpi di bastone. Mi piegai sputando sangue e saliva. Continuavo a cercare. Sempre più disperato. Qualcosa mi prese per il collo e mi ritrovai sul tavolo. Di nuovo una stretta al collo. L’aria mancava velocemente. Ero confuso e dolorante. Nonostante gli occhi si stessero abituando al buio davanti a me vedevo solo il colore della pece. Insieme all’aria sentivo mancare anche le forze. Ero disperato quando finalmente trovai il pacchetto. Estrassi l’accendino pochi istanti prima di sentirmi ancora il braccio bloccato. Sentivo il braccio atrofizzato. Un formicolio si diffondeva lungo il braccio, lo immobilizzava. Stava per arrivare alla mano. Dovevo fare in fretta. Avevo una possibilità. Se l’accendino non si fosse acceso al primo tentativo per me sarebbe finita. Un rapido movimento di dita. Ce la feci. Una fiamma rischiarò le tenebre. La stretta a braccio e collo diminuì. Mossi l’accendino davanti a me con tutta la rapidità che mi era consentita ma non vidi niente. Mi guardai attorno mentre mi muovevo verso l’interruttore. Non c’era niente. La cosa era scomparsa. Anzi, forse era intorno a me. Certamente attendeva che l’oscurità tornasse per finirmi. Non volevo darle quella possibilità. Cliccai l’interruttore. Al ritorno della luce mi appoggiai sollevato al muro e iniziai a piangere.

Ci misi un mese per riuscire ad uscire di casa nuovamente e molto di più per riuscire a spegnere le luci quando passavo da una stanza all’altra. Pian piano la routine mi permise di riabituarmi allo sguardo “della cosa” che nascosta nelle ombre, mi cercava e alla sicurezza della sua presenza in ogni parte del buio.

Non dimenticai però Claire. Il suo ricordo rimase nel mio cuore e fu proprio in sua memoria che giurai vendetta. Non sapevo come fare, non sapevo cosa inventarmi per affrontare l’ombra ma qualcosa mi sarei inventato. La sua morte non poteva restare impunita. Solo cosi avrei trovato pace e pulito la mia anima dal rimorso per quella morte che non ero riuscito a evitare e che era soltanto colpa mia.

Quello che cambiò di fatto fu il mio atteggiamento. Avevo vissuto sempre nel timore, nella più devastante paura dell’ombra senza mai cercare di contrastarla. A pensarci ora mi rendo conto di quanto ero stato stupido. La soluzione sarebbe arrivata molto prima se ci avessi pensato davvero. Ma si sa, a volte sono proprio i traumi più forti a riuscire a cambiare drasticamente un essere umano. Ed ecco che il mio di trauma mi aveva trasformato. Ero, in un certo senso, confortato dalla mia nuova voglia di combattere. Quel che non sapevo era che anch’essa avrebbe avuto tragiche conseguenze per me e per altri.

Dopo la morte di Claire, come ho già accennato, ci misi dei mesi a riprendermi.

Quello che mi aiutò maggiormente, o almeno cosi credetti, fu la scoperta della fede, o perlomeno quella della preghiera. Così iniziai ad alternare Whisky e sigarette a Pater Noster e rosari.

Furono le campane a svegliarmi la mattina in cui per la prima volta da almeno dodici anni mettevo piede in una chiesa. Avevo passato una nuova notte agitata, divisa tra la paura e il rimorso per quello che era successo alla donna che amavo e sempre nuovi propositi di vendetta verso l’ombra. Il suono delle campane, insomma, mi fece tornare dal mondo di incubi in cui si erano trasformate le mie notti accompagnate dal sole che, dalla finestra, mi colpiva gli occhi. Il sole, benedetta la sua esistenza, benedetta la sua capacità di uccidere le ombre della notte. Mai come in quei giorni invidiavo quella sua capacità. In ogni caso, una volta sveglio, come spesso capitava in quel periodo feci colazione buttando giù qualche goccio di Jack e mettendomi una sigaretta in bocca uscii direttamente di casa. In quel periodo infatti non di rado mi addormentavo vestito, abbattuto da colossali sbronze prese nelle ore precedenti il sonno. Avevo, in ogni caso, bisogno di aria fresca, per ossigenare il cervello e pensare e riprendermi dalla feroce ubriachezza. Non so esattamente perché mi diressi in direzione delle campane, ma senza nemmeno rendermene conto ero di fronte alla chiesa di S. Patrizio, duomo di Small Town che nella mia infanzia avevo frequentato prendendo i primi sacramenti. Alle undici della mattina di un giorno feriale la chiesa era semi vuota a esclusione di qualche anziana signora che pregava il rosario ripetendo le preghiere associate ai grani con una meccanicità che mi pareva più frutto di consuetudine che di fede. Percorsi la lunga navata centrale e mi sedetti tra le prime file. Mi guardai attorno, la chiesa era niente male pensai. Nonostante non fosse particolarmente sfarzosa erano presenti quadri di vari tipi, alcuni raffiguranti Cristo, la Madonna e le figure più classiche dell’iconografia cristiana, altri rappresentavano invece Santi minori che personalmente non conoscevo e le cui immagini non richiamavano in me alcuna emozione. Dalle finestre decorate entrava, fioca, la luce del mattino. Mi resi conto che sul banco era appoggiato un libretto di preghiere. Lo presi e iniziai distrattamente a sfogliarlo. Al suo interno erano presenti una discreta varietà di canti e di preghiere classiche di vario tipo. Lo chiusi con un sospiro chiedendomi che diavolo ci facevo la. In fondo le mie preghiere non avevano cacciato l’ombra. In fondo le mie preghiere non avevano salvato Claire. Il buio in cui era avvolta la sacrestia, che potevo intravedere in quanto collegata al grande altare da una porta, iniziava a inquietarmi. Le mie mani corsero al pacchetto di sigarette e all’accendino. Alzandomi dal banco mi diressi verso l’uscita mentre infilavo la sigaretta in bocca. Ero quasi a metà della navata quando sentii una voce chiamare il mio nome. “Alan?” Fu con stupore che voltandomi vidi l’uomo che mi chiamava. Era lo stesso prete che teneva messa quando ero bambino. La vecchiaia non aveva intaccato particolarmente il suo aspetto giovanile. Mi guardava sorridente e stupito. “Don Paul” dissi accennando un sorriso “E’ dai tempi della prima comunione che non ci vediamo”.

Scoprii che Don Paul era piuttosto simpatico e alla mano per essere un prete, categoria che non avevo mai visto, diciamo, di buon occhio. Dopo una calorosa stretta di mano mi accompagno fuori dove chiacchierammo per una decina di minuti prima di spostarci in un baretto nei pressi della chiesa per bere qualcosa. Mi chiese come passavo la vita, se avevo un lavoro e mi ero sistemato. Insomma i soliti discorsi banali tra persone che non si conoscono e pare abbiano poco o niente in comune. Mentii quando gli dissi che andava tutto bene. Non menzionai Claire, né l’ombra e nemmeno il rinnovato amore per l’alcool ad alta gradazione a cui la sua perdita mi aveva portato. L’ombra. Ancora lei ritornava nei miei pensieri anche quando uscivo di casa per evitare di pensarci. Per evitare di sentire il peso schiacciante della sua esistenza. Come se non bastasse il suo pensiero a turbarmi, improvvisamente Don Paul, che nel frattempo aveva iniziato a rivangare episodi della mia infanzia, esclamò con un sorriso “Ricordi quando da ragazzino avevi paura del buio? Cosa pensavi che ci fosse? Una specie di essere maligno se non ricordo male”. Non so esattamente che espressione devo aver assunto ma il suo sorriso si spense pian piano. Mi chiese se aveva detto qualcosa di sbagliato e se credevo ancora ci fosse una presenza nell’oscurità. Cercai di salvare le apparenze negando e costringendomi a una forzata risata. “Naturalmente no” dissi. Non so se mi credette ma il suo viso si rilassò quindi mi ritenni salvo. Per non creare sospetti rimasi ancora una decina di minuti poi con una scusa pagai il conto e me ne andai.

Feci ancora una lunga passeggiata e ritornai a casa nel primo pomeriggio. Don Paul mi aveva invitato a passare a trovarlo ancora, ma in quel momento rivederlo era l’ultima cosa che volevo fare. Se scopriva dell’ombra e di Claire che sarebbe successo? No, tutto quello a cui ambivo era la quiete. Una calma in cui plasmare con la dovuta calma la mia vendetta contro “la cosa”. Aver evitato curiosi e ficcanaso era l’unico dato positivo della mia vita da isolato. Tuttavia ripensando più volte alla mia reazione in bar mi resi conto che dovevo agire in modo diverso per evitare che il prete iniziasse ad avere dubbi su di me. Dio solo sa quello che avrebbe potuto inventarsi se si interessava al mio caso. Don Paul, in fondo, era famoso per essere molto caparbio. Quando decideva che doveva recuperare una pecorella smarrita nemmeno Gesù Cristo in persona avrebbe potuto fermarlo. E prima che io me ne andassi dal bar mi aveva chiesto più di una volta di tornare a fargli visita, era stato, anche se con educazione, insistente. Era chiaro che voleva rivedermi. Voi non sapete come pensa la gente di comune. Voi non avete dovuto diventare scaltri per evitare ogni giorno che il buio vi inghiottisse. Ma io l’ho imparato e sapevo cosa fare. Se volevo che non sospettasse di me dovevo farmi vedere un paio di volte e poi sparire. Dandogli quello che voleva e provandogli che non c’erano problemi non avrebbe avuto più alcun sospetto, ne ero certo. Come prima cosa la Domenica successiva mi sarei presentato alla Messa. Avrei cosi iniziato a fugare avrei così potuto fugare i suoi possibili sospetti sulle mie visioni dell’ombra. Col senno di poi posso dire che in quel momento non volevo aiuto per due motivi. Il primo era che l’ombra si era presa Claire e io, e io solo dovevo fargliela pagare. Il secondo era che ora, più che mai, avevo paura di legarmi, anche solo in amicizia. L’ombra si sarebbe portata via anche lui.

La verità dei fatti fu, che in poco tempo, lasciai perdere i miei propositi nei confronti del prete. Dopo qualche settimana infatti (e questo fu inaspettato sopratutto per me) iniziai ad avvicinarmi, anche se in modo molto personale, alla fede. Il presentarmi alle funzioni aveva su di me un effetto calmante. Per quel breve lasso di tempo potevo rilassarmi e non pensare all’ombra e a quello che mi aveva fatto. O meglio il pensiero c’era ma veniva indebolito. Forse il posto, o forse semplicemente una sorta di auto convincimento avevano quell’effetto su di me. Fatto sta che ben presto mi sorpresi, durante le mie permanenze nella chiesa, persino a pregare. Chi pregassi? Non ne ho un’idea ben precisa. Un Dio suppongo, o comunque un’entità superiore in cui avevo iniziato pian piano a riporre qualche speranza di salvezza. Che fosse salvezza dell’anima o la mia dalla “cosa” aveva, in quei mesi, poca importanza per me. Quel che contava fu che con l’andare del tempo ero riuscito, almeno in parte, a lasciarmi alle spalle il terrore puro che aveva caratterizzato la mia vita dopo la scomparsa di Claire. Pian piano stavo andando avanti. Ero persino tornato a lavorare. In un certo senso si potrebbe dire che avevo sepolto il mio senso di colpa per quello che era successo alla donna che amavo sotto miriadi di preghiere. Assieme a questo cambio di rotta a livello spirituale era nata anche una buona amicizia con Don Paul. Man mano che la mia presenza in chiesa aumentava, avevo avuto modo di conoscere Paul più a fondo. Si era passati da quattro chiacchiere all’andare a fare lunghe passeggiate, infine eravamo persino andati a cena assieme un paio di volte. Chiacchieravamo inizialmente di argomenti più legati allo spirito (forse dettati dal fatto che Paul cercava di convertirmi, una specie di deformazione professionale direi). Con l’andare del tempo però avevamo iniziato a parlare di noi, della nostra vita, di ciò che eravamo e di come eravamo diventati. Egli inoltre non aveva mai più citato l’ombra o quelle che ai suoi occhi erano state le mie infantili paure. Non so se lo fece perché aveva percepito il mio disagio la prima volta che aveva toccato l’argomento o perché se ne era semplicemente scordato. Quel che contava per me era che l’ombra non venisse citata. In ogni caso ero stupito. Stupito dall’essere in grado di costruire ancora un rapporto con un’altra persona dopo quello che era successo. Don Paul, per me è stato molto più di un amico. Don Paul è stato la mia via verso la salvezza, verso la vittoria. Lo potrei quasi definire un santo. Tale è stata l’influenza che la sua esistenza ha avuto nella mia vita. Non voglio tediarvi raccontandovi l’evolvere del mio rapporto con quest’uomo santo. E’ stato difatti un rapporto assai breve, nonostante l’impatto che quell’uomo panzuto e severo ha avuto sulla mia vita. Stava arrivando nuovamente la primavera. Da un certo punto di vista questo mi stupiva. Nonostante le messe, la chiesa, le confessioni e l’acqua santa mi pareva che l’inverno fosse destinato a durare in eterno. La prima brezza tiepida che annunciava la primavera riuscì a cogliermi impreparato mentre, assieme a Don Paul mi stavo dirigendo a cena. Con Paul il mio rapporto era, in pochi mesi, diventato molto profondo. Il mio percorso nella fede, pur marciando nel doppio binario della credenza vera e propria e della superstizione, era ormai ben avviato. Egli era mio amico, confidente e confessore. Gli avevo confidato molte cose. Ormai sapeva quasi tutto di me. Di due sole cose lo avevo, ovviamente, tenuto all’oscuro. La prima era l’esistenza stessa di Claire. Avevo quasi superato la cosa, ma nonostante ciò non me la sentivo di parlare di lei e della sua scomparsa. Col senno di poi forse avrei dovuto farlo. Avevo, forse, sepolto in me anche il ricordo di quanto l’ombra potesse essere pericolosa. L’ombra era proprio la seconda cosa di cui avevo tenuto Paul all’oscuro. Ma non avrebbe avuto a lungo quella lacuna. Ero deciso a dirglielo quella sera stessa. Volevo scoprire se un uomo di Dio avrebbe potuto aiutarmi ad uscire da quella situazione. O forse ciò che volevo era più profondo. Forse l’uomo non contava. Forse volevo che fosse Dio stesso a tirarmi fuori da quell’incubo che lui stesso mi aveva imposto. In quei mesi molti dei miei propositi di vendetta erano scomparsi. Anzi mi devo correggere. I propositi di vendetta erano più vivi che mai ma ogni idea sulla loro attuazione era scomparsa. Un po per paura, un po per l’impossibilità di sconfiggere il mostro nel suo habitat, la tenebra. Se a ciò sommate che combatterlo alla luce non era possibile (lo fosse anche stato io non sapevo assolutamente come fare) potete capire perché ero tornato vittima del senso di rassegnazione che da sempre mi imprigionava. In sostanza ero, forse inconsciamente, arrivato al limite. Ero arrivato al punto di chiedere a Dio stesso di intervenire per liberarmi dall’ombra. E Dio lo fece. Non come avevo immaginato, ma lo fece. Ed è questo che conta.

Il ristorante era poco affollato, e le varie persone occupavano tavoli abbastanza lontani tra loro. Ero abbastanza soddisfatto della cosa. Prima sarei riuscito a parlare a Paul dell’ombra meglio sarebbe stato. Appena entrati mi diressi, non a caso, ad un tavolo in un angolo, posto sotto una luce a muro. In tasca come al solito avevo una piccola torcia da accendere immediatamente in caso di black out improvviso. Posate sul tavolo sigarette e cellulare iniziai a leggere il menù per ordinare mentre chiacchieravamo del più e del meno. Era la prima volta mi proponevo di svelare al mio amico il segreto dell’ombra. Come ogni volta che avevo provato a svelare a qualcuno il mio segreto, però, le parole mi morivano in gola. La paura di non essere capito, di essere allontanato dalle persone a me care non era stata mai del tutto estinta. Quella sera sembrava che, per l’ennesima volta, dovesse andare proprio cosi. Un paio di volte cercai di indirizzare l’argomento in quella direzione, ma ogni volta cambiavo strada in corsa. Un paio di volte Paul mi chiese se avevo qualcosa da dirgli ma ogni volta negavo. A differenza di Claire che mi capiva ed aspettava i miei tempi per parlare di dubbi e paure, Paul aveva un modo di fare, decisamente più diretto. Non so se fosse una sorta di tecnica psicologica o cos’altro. Fatto sta che se cercavo di parlargli di un argomento per poi cambiare strada all’ultimo o avevo qualcosa che mi rendeva pensieroso, anche se lo capiva (difficile non capirlo, in quei mesi ero diventato per lui come un libro aperto) se ne disinteressava, o almeno cosi mi pareva. Questa mancanza di incoraggiamento mi rendeva difficile aprirmi con lui, anche se poi di fatto lo facevo, sulle cose che ritenevo più importanti. E l’ombra, per quel che mi riguardava, era la madre di tutte le cose importanti. Nei mesi precedenti il mio rapporto con essa non era cambiato particolarmente. Oltre a rendermi conto che la vendetta mi era impossibile per il momento, non avevo fatto grossi passi in avanti. Dormivo sempre in stanze illuminate. In casa avevo sempre dei generatori pronti a scattare in caso di improvvisa mancanza di luce. E per sicurezza sbrigavo buona parte delle mie mansioni come la correzione dei compiti in classe, la preparazione delle lezioni o scartoffie varie nelle ore notturne. Come al solito anche se alla luce “la cosa” pareva non potermi colpire, durante la notte prediligevo rimanere sveglio e dormicchiare nelle ore pomeridiane. La frequentazioni della chiesa non aveva cambiato particolarmente le cose. Passavo in chiesa tornando dal lavoro e anche il pomeriggio, dopo aver dormito qualche ora. Insomma rispetto a quando ero un bambino intimorito dal buio poco era cambiato. Da dopo la morte di Claire non avevo più tentato un approccio diretto con l’ombra. Forse con l’aiuto di Paul ci avrei riprovato, se fosse stato abbastanza bravo da convincermi a farlo s’intende. Fatto sta che quella sera volevo scoprire cosa sarebbe successo che gliene avessi parlato. Se solo avessi trovato il modo di farlo. La cena si stava, nel frattempo, svolgendo con la solita tranquillità. Chiacchiere tra buoni vecchi amici e nulla di più. Ma più passavano i minuti più il peso che sentivo dentro diventava opprimente. Era un blocco che mi riportava alla mente quando, mentre l’ombra attaccava Claire, mi bloccava la gola per impedirmi di urlare. Forse quella volta un po di quell’ombra, di quell’oscurità era rimasta in me. Forse stava cercando di impedirmi di fare con altri parola della sua esistenza. Forse aveva deciso di ampliare le mie paure e distruggermi dall’interno con maggiore violenza che in passato. Ma io dalla mia parte avevo un’incredibile voglia di rivalsa. Di non concederle più spazio e ottenere una, seppur minima, vittoria. Tuttavia le cose sembravano destinate a rimanere tali e quali a com’erano. Pareva l’ombra fosse destinata a segnare un nuovo punto ed aumentare, sebbene di poco, le proporzioni della mia disgrazia. Fortunatamente riuscii a mutare in vittoria quella che sembrava una nuova sconfitta. Dopo la cena proposi di andare al bar. Infatti dopo il periodo subito successivo la dipartita di Claire, passata sulla soglia dell’alcolismo, avevo imparato a controllare la mia tendenza a bere senza mai però cancellarla del tutto. Non fu una debolezza, ma una scelta. L’alcool grazie ai suoi effetti riusciva a anestetizzare, in parte, la mia paura dell’ombra dandomi, entro certi limiti, la capacità di fare cose che sennò non sarei riuscito a farla. Certo dopo tutti quei mesi passati vergognosamente ubriaco esitavo a giocare questa carta, ecco perché non l’avevo fatto prima. Ma sentivo dentro di me che se non avessi detto a Paul dell’ombra questa volta non ce l’avrei mai fatta. Col tempo ero cambiato. Forse era ancora l’influenza di Claire a scorrere nella mia vita. Ma non volevo più vivere da solo l’esperienza con l’ombra. Non avevo altri amici né famiglia. L’unica persona a cui ero legato ora era Paul che più un amico era quasi un fratello. Volevo mi aiutasse a portare quel peso prima che mi schiacciasse.

Arrivati al bar ordinammo. Lui prese, come era solito fare, una birra piccola. Io, che con lui bevevo analcolici o, al massimo, mezzo bicchiere di vino, avevo bisogno di qualcosa di forte e ordinai un whisky doppio. Paul stava commentando i prezzi del listino delle birre quando ci portarono gli alcolici. Lasciai che Paul parlasse, ma ormai non lo stavo ascoltando più. Mi stavo preparando a quello che dovevo dirgli. Feci un sospiro per farmi forza, presi il bicchiere e buttai giù una buona sorsata di whisky. Chiusi un secondo gli occhi, aspettando di sentire quel fluido benefico arrivarmi alle viscere e da li sciogliere i nodi emotivi che mi legavano alla paura dell’ombra. Sciogliere, forse, l’ombra stessa che albergava in me. Una sensazione di totale liberazione che arrivò e iniziò ad agire nell’arco di pochi secondi. Paul stava ancora parlando delle birre quando troncai il suo discorso annunciandogli di dovergli parlare di una cosa molto seria.

Mi prendi in giro Alan?”. La faccia di Paul era di pietra. Non riusciva a capire se lo stessi prendendo in giro o parlassi seriamente. In un certo senso potevo capirlo. Un uomo di chiesa come lui forse non poteva capire paure diverse da quella del demonio e della dannazione eterna. E io gli avevo appena detto che nelle ombre si nascondeva una creatura non ben definita che voleva farmi del male. Anzi forse quella creatura era il male stesso. Buttai giù un altro sorso di whisky e cercai le parole per spiegargli al meglio il concetto una seconda volta. Ripartii dall’inizio, parlandogli di quando da bambino mi aggredì nel box auto in cui ero nascosto e di come da allora non me ne ero liberato. “Capisco sia difficile da credere” gli dissi “ma devi capire che è vero, non sono pazzo, il problema e che non posso provartelo, devi avere fede in me e credermi”. In entrambi i discorsi non avevo citato Claire. Non volevo che oltre pazzo mi prendesse per assassino. Inoltre parlagliene se non mi avesse creduto non era sicuro. “E questa “ombra” “ disse calcando la parola ombra con un tono dubbioso “ha mai fatto del male ad altri?”

Si” dissi “alla mamma. Ricordi? Quando ebbe la crisi respiratoria era con me al buio. La creatura. L’ha attaccata.”

Quella fu una semplice crisi respiratoria Alan, se fosse stata attaccata come dici tu avrebbe avuto qualche segno addosso. Invece non aveva nulla se ben ricordo”
Restai in silenzio per qualche secondo. Il mio bicchiere era vuoto ed io stavo iniziando ad essere preso da quel misto di ansia e nervosismo che conoscevo bene. Paul non mi credeva. Il sostegno che speravo non stava arrivando. Inoltre parlare dell’ombra mi metteva in uno stato di costante paura. E fuori era buio. Discutemmo ancora per almeno un oretta. Era difficile dargli delle prove tangibili del fatto. Trovavo ironico parlare con un religioso cercando di convincerlo dell’esistenza di qualcosa di intangibile e non poteva vedere ma la cui esistenza influiva nella mia vita.

Alla fine della serata Paul mi riaccompagnò a casa pensieroso e silenzioso per poi tornarsene in canonica. Riuscii perlomeno a convincerlo a non parlare con nessuno di quello che gli avevo detto. Un buon risultato dopo tutto. Non lo sentii per diversi giorni. Mi era parso opportuno non farmi sentire ne chiedergli di parlare. Andavo in chiesa e a fine funzione me ne andavo alla svelta. Fu dopo una settimana che, nel pomeriggio, il mio cellulare squillò. Era Paul. Mi spiego che aveva riflettuto e meditato a lungo su quello che ci eravamo detti e che in fin dei conti c’era una possibilità che quello che dicessi fosse possibile. Il demonio. Secondo Paul ero perseguitato dal demonio. Quando me lo disse non ero certo di come reagire. Certo non avevo mai pensato davvero alla possibilità che l’ombra in realtà fosse satana. Un’idea che ora mi pareva possibile. A ripensarci ora non mi convinceva particolarmente la possibilità in sé. Penso che quello che mi esaltasse fosse il fatto che finalmente “la cosa” potesse essere identificata. Che questo potesse essere il preambolo alla sua sconfitta? Che questo potesse portare alla vendetta che tanto cercavo?

Al telefono Paul mi aveva proposto un piano d’azione. Sarebbe anzitutto venuto a casa mia per ispezionare l’appartamento. Dopo di che l’avrebbe benedetta. Se la benedizione non avesse avuto effetto si sarebbe rivolto a un prete specialista in esorcismi. Accettai. Sentivo dentro di me che stavolta avremmo potuto farcela. Era dai tempi di Claire che non sentivo la speranza scaldare il mio cuore con tale intensità. Era dai tempi di Claire che non mi illudevo in modo così sciocco. Eppure erano passati soltanto dei mesi, avrei dovuto aver imparato la lezione.

Venne da me qualche giorno dopo, sul finire del pomeriggio. Il sole stava calando e il caldo primaverile veniva sostituito da una temperatura più rigida che sembrava volesse ricordarci che l’inverno ancora non se n’era andato. Salutai Paul con una punta di imbarazzo. Lui, forse per non farmi sentire a disagio, si comportava come se nulla fosse successo. Iniziammo col berci una birra. Non facemmo molta conversazione, ma immaginai che Paul aspettasse che mi sentissi pronto a fargli fare un giro per la casa. Mentre finivo la mia birra mi chiedevo a cosa questo giro di ispezione, sarebbe servito. Quando me l’avevo proposto avevo accettato senza farmi troppe domande, ma successivamente diversi quesiti avevano sfiorato la mia mente. Cercai di parlagliene chiedendogli spiegazioni ma lui rimase molto vago. Disse qualcosa che riguardava l’essere sicuri che la creatura non potesse agire con la luce. In fondo se lei era davvero il diavolo con la presenza di un prete avrebbe potuto fare qualcosa. Non gli credetti del tutto. Da un lato volevo davvero pensare che volesse assicurarsi di ciò. Dall’altro temevo volesse osservarmi, assicurarsi che io non fossi pazzo. In fondo lui non era Claire, nessuno poteva essere come lei. In ogni caso dopo una decina di minuti, abbandonate momentaneamente le birre al tavolo, iniziammo il giro dell’appartamento. Non ci sarebbe voluto molto. Vivevo in un piccolo appartamento di cinque stanze al piano terra di un condominio di cinque piani. Ad ogni piano vivevano almeno tre famiglie che, in ogni caso, conoscevo poco. La mia condizione di auto isolamento, infatti, non mi aveva permesso di ampliare troppo la conoscenza col vicinato. Prima di iniziare il giro, alzandosi dalla sedia, Paul estrasse un rosario. Era la sua arma contro il demonio forse. Certamente poteva essere la mia arma contro l’ombra. Girando per le varie stanze si fermava per qualche minuto guardandosi attorno misurandole a lunghi passi. Non parlavamo. Notai che mentre camminavamo si passava tra le dita i grani del rosario. Lo stava pregando, non c’erano dubbi. Capii che era la sua forza. La sua resistenza contro le forze del male. Mi chiesi se poteva essere anche la mia. Mi ritrovai a recitare anche io le preghiere che lo componevano. A fare il giro dell’appartamento ci mettemmo una ventina di minuti. Paul faceva una sosta della durata di una decina del rosario in ogni stanza. E io con lui. Nel tour gli mostrai anche i vari generatori che avevano il compito di scattare in caso di black out. Lui si limitava a qualche cenno d’assenso, osservava per qualche secondo e andava avanti. Era racchiuso in un profondo stato di preghiera e riflessione. Io tentavo di imitarlo, ma non riuscivo a concentrarmi. Quel girare per le stanze, quella ricerca, aveva riempito il mio cuore di timori. Era quasi come se mi aspettassi che “la cosa” dovesse aggredirci da un momento all’altro. In quel momento. In piena luce. Quindi, man mano che il tour proseguiva, ansia e paura compivano tranquillamente il loro lavoro di sgretolamento della mia tranquillità. Finito il giro chiesi a Paul se era arrivato a qualche conclusione, se aveva sentito o captato qualcosa. Mi disse di no. Era tutto in ordine. Ma mancava qualcosa. “Il buio” mi disse. Mi spiego che voleva provare a stare al buio. Mi opposi con tutte le mie forze. Non volevo e mai glielo avrei fatto fare. Rosario e preghiere o meno. Discutemmo qualche minuto. Fu difficilissimo farlo desistere, sopratutto considerando che non potevo svelargli il vero perché. Cercai di rendere ai suoi occhi le mie paure amplificate. Non fu troppo difficile. In fondo il mio terrore nel farlo entrare anche da solo nell’oscurità erano giustificate. Mi strappò la promessa che la prossima volta ci avrei pensato e forse glielo avrei fatto fare. Dopo la benedizione. Dopo l’acqua santa. Dopo averla sconfitta. In ogni caso gli diedi il permesso di osservare una stanza al buio. Non so cosa si aspettasse di trovare in quel modo, ma se gli bastava quello per me andava bene. Bastava che né io né lui entrassimo a contatto con l’ombra. La scelta della stanza ricadde sulla mia camera. Era la stanza più piccola e dalla porta se ne poteva guardare una buona percentuale. La luce era vicina alla porta. La accesi e andai a chiudere finestre e persiane cosi che nemmeno la luce dell’imbrunire potesse avere accesso alla stanza. Uscii dalla stanza, caccia il braccio al suo interno e spensi la luce. Il buio prese possesso della camera. La porta era mazza chiusa e dallo spiraglio aperto Paul spiava nel luogo dove risiedevano i miei incubi. Da sopra la sua spalla sbirciavo all’interno ma non vedevo oltre il cono di luce creato dallo spiraglio. Mi chiedevo Paul cosa vedesse. Probabilmente nulla. Ma non poteva capire. Io non la vedevo ma la sentivo. La sempre la. Mi fissava. Bramava la mia anima. Bramava il mio essere. Fui preso dal tremore. Dio aiutami. Tremavo. Tremavo perché la sapevo la. Pronta. In agguato. Una sensazione che Don Paul non poteva nemmeno immaginare. Ave Maria piena di grazia…. Trattenevo il fiato. Paul non faceva una mossa. E se lo prendeva? E se lo uccideva? E se l’avessi visto sparire davanti ai miei occhi, risucchiato dalle ombre? Mi appoggiai sfinito al muro. Ero stanco di soffrire. Ero stanco della paura. Se leggi una notizia che ti terrorizza puoi sempre chiudere gli occhi di fronte ad essa. Fingere che non esista, di non averla mai letta. Puoi essere menefreghista. Puoi confidare in quell’autodifesa che fa chiudere gli occhi alla gente. Anche nei rapporti umani è cosi. Se hai paura di perdere qualcosa puoi far finta non sia colpa tua. Discolparti. Rendere le tue scuse la forza per non vedere quello che succede. Io questo non potevo farlo. L’ombra non se andava e mai l’avrebbe fatto. Potevo fingere non esistesse. Potevo chiudere quella porta. Potevo fuggire e inseguire il sole. Ma lei sarebbe stata sempre la. Sempre pronta a prendermi alla prima distrazione. Alla prima zona d’ombra. Il tempo continuava a dilatarsi all’infinito. Col passare dei secondi la mia fronte si impregnava sempre più di sudori ghiacciati. Alla fine, senza preavviso, Paul spalancò la porta cacciò la mano al suo interno e aprì la luce entrandoci. “Visto niente?” gli chiesi. “No, non proprio” disse aprendo le persiane. Mi disse che aveva sentito una sensazione forte. Una sensazione oscura provenire da qualche parte. Ma non era sicuro del dove. Mi confessò che non aveva sentito alcuna presenza oscura tangibile. Ma si sa, il diavolo è infido, non si sa che potrebbe fare né come si comporta. Avrebbe benedetto con l’acqua santa ogni singola stanza. Ci accordammo per la domenica successiva in serata. Avremmo benedetto la casa, ci saremmo liberati della cosa e poi saremmo andati a mangiare. Mi pareva fiducioso. E lo ero anche io. Si era affacciato all’ombra e si era salvato. Dopo Claire non lo pensavo possibile. L’aveva protetto la preghiera, ne ero praticamente certo. Mi scoprii anch’io improvvisamente fiducioso. Mi godetti quei pochi momenti in cui nemmeno l’ombra riusciva a minacciarmi. E percepii che fintanto che quell’uomo di Dio fosse stato al mio fianco, quei momenti non mi avrebbero abbandonato. Allora ne ero sicuro. Mi sentivo intoccabile. Avevo fiducia. Avevo fiducia in qualcosa di superiore. Sono stato stupido. Non avrei dovuto. Non avrei dovuto permettere ad un intermediario di debellare il male che mi tormentava, quello era un compito che Dio mi aveva affidato perché io lo portassi a termine, io e nessun’altro. Ma in quel momento non potevo saperlo. Quando salutai Paul, una mezz’oretta dopo, avevo un sincero sorriso stampato sulle labbra.

I giorni precedenti alla benedizione dell’ appartamento ero in fibrillazione. Partecipavo a tutte le messe e ai rosari programmati, presi persino ferie dal lavoro per riuscire a far combaciare i miei orari con quelli delle funzioni. Inoltre misi in ogni stanza una miniatura di un’immagine sacra diversa. Non so cosa sperassi. Forse che mi avrebbero protetto o quantomeno che potenziassero la benedizione. Comunque sia, Domenica arrivò in fretta, con mia somma gioia. Dopo la Messa domenicale mi accordai con Paul. Decidemmo che sarebbe arrivato verso le sette di sera, in modo da poter svolgere con la calma il suo giro domenicale di visita ad anziani e disabili della zona. Era un sollievo immaginare finalmente di potermi fare un buon sonno al buio, di notte. Quando stavo col Claire avevo vissuto momenti simili, certo, ma sempre col timore che la luce si spegnesse. Oltre a ciò non vedevo l’ora di dormire finalmente. L’eccitazione per l’attesa della domenica aveva fatto si che non riuscissi a chiudere occhio il giorno precedente. Non dormivo da quasi quarantotto ore. Ciò che mi teneva sveglio era l’attesa di quella benedizione che cacciasse il male dalla mia casa, fosse esso il diavolo o meno. Quando si aspetta qualcosa che si vuole con tutte le forze il tempo pare non passare mai, e cosi fu anche per me. L’ora prefissata con Paul arrivò con una lentezza estenuante. L’ora prefissata era passata da pochi minuti quando il citofono suono. Era Paul. Il mio salvatore era arrivato. Lo attesi all’ingresso, sorridente e con un rosario già in mano. Quella battaglia era la mia e sebbene non potesi essergli di alcun aiuto volevo essergli vicino con la forza della mia preghiera.

Paul aveva uno sguardo serio e il volto teso. Gliene ero grato. Sapevo che non mi credeva fino in fondo, ma mi stava ugualmente aiutando. Per me era importante, e poteva essere il passo definitivo per cacciare l’ombra. In quel momento lo ammiravo. Era ai miei occhi un uomo puro e buono. Anche se, secondo lui, le mie erano paure senza consistenza. Aveva portato con se l’aspersorio e una boccetta con dell’acqua santa. Mi chiese un bicchiere in cui versammo il contenuto della boccetta. Ogni istante mi sentivo più sicuro. Nella mia mente preghiere e ringraziamenti a Dio si affollavano a tale velocità da coincidere le une con le altre. Iniziammo dal soggiorno e procedemmo di stanza in stanza. Il rito era semplice. Paul agitava tre volte l’aspersorio recitando il nome del padre del figlio dello spirito santo, e dopo facevamo un Padre Nostro. Arrivammo rapidamente all’ultima stanza del giro, la mia stanza. La mia sicurezza ormai aveva schiacciato ogni mia paura. Paul aprì la porta della camera. La luce era spenta e da essa filtrava appena la luce della luna. Nonostante fosse appena giunta la sera in quel giorno di marzo il tempo nuvoloso aveva reso tutto più oscuro. Ebbi un tremito. Nella mia anima la paura momentaneamente sopita si era in quel momento, nuovamente destata. Era come se un sesto senso cercasse di avvisarmi di qualcosa. Tutto pareva tranquillo, ma appena un secondo dopo non fu più cosi. La porta si chiuse sbattendo. Qualcosa di indefinibile, forse un arto di qualche tipo, mi afferrò stringendomi forte alla gola, bloccando ogni mio respiro. Venni sbattuto contro il muro. Il buio invase la stanza. Paul era davanti a me. In un attimo lo persi di vista. Lo sentii lottare. Era davanti a me. Era da qualche parte nella stanza. Non potevo vederlo. Tutto era nero. No! No! Qualcuno stava gridando. Era la mia voce o la sua? Cercai di urlare, non ci riuscii. Cercai di pregare, non ci riuscii. Ero cieco. Muto. Sentivo il fiato che mi veniva a mancare, e con lui le forze. Dio, ti prego, non di nuovo. Sprazzi. Sangue? Calore sul mio corpo. Sangue. Il mio sangue? Non capivo. Non potevo riuscirci. Dov’era Paul? Silenzio. Era irreale. Come quando l’ombra mi aggredì nel treno. Cercai di muovermi. Un passo, forse due. Qualcosa mi afferrò nuovamente alla gola. Lottai. Ebbe la meglio. Tirai colpi alla cieca. Colpii qualcosa di inumana consistenza. Dio dove sei? Mancava l’aria. Annaspai. Cerco di chiamare Paul. Fallisco. Poi buio. Di nuovo buio. Semplicemente. Sembrava la morte. Dio non c’era.

Non so quanto tempo era passato quando mi svegliai. Sentivo ancora una sensazione di terrore che mi tagliava in due l’anima. Ormai dalla finestra la luce del sole entrava potente e luminosa. Mi guardai intorno alla ricerca di Paul, anche se sapevo già cosa mi aspettava. Non c’era. Di Paul nemmeno l’ombra. Era scomparso senza lasciare traccia. Anzi una traccia c’era. Sul muro c’era una lunga striscia di sangue. Istintivamente mi controllai il corpo correndo a uno specchio. Ma niente. Non avevo alcuna ferita. Il mio vestito era leggermente sporco di sangue. Forse la creatura aveva attaccato Paul e, dopo averlo finito, si era concentrata su di me. Ma perché ero vivo? Mi aveva risparmiato? Ma per quale ragione? Enigmi senza risposta. Feci un giro di ricognizione della casa. Del mio amico nemmeno l’ombra. Speravo si fosse salvato in qualche modo, magari era riuscito a fuggire. Provai a chiamarlo ma il suo cellulare risultava spento. L’unica prova della sua esistenza erano l’aspersorio che ritrovai sul pavimento della mia camera e il bicchiere, ancora mezzo pieno, di acqua santa con vicina la boccetta. Tutto mi pareva irreale. Non sapevo che fare. Mi muovevo come se il resto del mondo fosse qualcosa di astratto ed estraneo. Mi cambia rapidamente. Erano le undici. Se Paul fosse riuscito davvero a fuggire forse l’avrei trovato in canonica. Mi affrettai lungo la strada. La speranza era davvero poca ma era l’unica che mi dava la forza di muovermi, di avere il coraggio di uscire di casa. Volevo piangere. Volevo urlare. Volevo farla finita.

Arrivato entrai rapidamente in chiesa. Era vuota ad eccezione della perpetua che, con sguardo preoccupato, spazzava la zona dell’altare. Quando le chiesi di Don Paul mi disse con preoccupazione che era uscito il giorno prima per il suo giro Domenicale e non era mai tornato. Fu il colpo finale. L’ombra aveva preso anche lui. Era finita. Non c’era speranza. Anche quella poca che potevo avere venne spazzata via in un secondo. C’era poco da fare. Andai a casa. Piansi per delle ore. Piansi per Paul. Piansi per Claire. Piansi per la vita infame che Dio mi aveva dato. Al calare della sera, ancora pesantemente scosso, uscii. Comprai tre bottiglie. Avevo deciso. Aveva vinto. Se mi voleva che mi prendesse. Bevvi fino allo sfinimento. Fuori era già buio quando, grazie all’alcool, la stanchezza accumulata in quei giorni ebbe la meglio. Barcollando mi avvicinai alla luce e la spensi. Poi crollai in quello che pensavo sarebbe stata l’ultima dormita della mia vita. L’ombra aveva vinto.

Furono le campane di mezzogiorno a svegliarmi. Non potevo crederci. Ero vivo. L’ombra non mi aveva preso. Mi alzai da terra. Mi sentivo rintronato dalla sbronza della sera prima. ”La cosa” non mi aveva preso ma in qualche modo sentivo che esisteva ancora, che non era scomparsa.

Cercando lucidità mi aggirai per la casa. Non capivo. Anche fosse scomparsa non capivo perché l’avesse fatto cosi d’improvviso. Poi arrivai alla mia camera. Nonostante fosse mezzogiorno la stanza era buio. Infatti avevo chiuso tutto per evitare che da fuori si potesse vedere la macchia di sangue sul muro. E lei era li. La sentivo. La sua terribile e familiare presenza mi era chiara. Arrivava dalle zone di buio della camera. Non poteva uscire. Iniziai a girare avanti e indietro per la casa interrogandomi sul perché, improvvisamente lucido. Dopo una decina di minuti e di incertezza e di domande senza risposte i miei occhi di posarono sulla boccetta con l’acqua santa. Capii tutto. La mia camera era l’unica a non essere stata benedetta. Ecco perché non poteva uscire. Era bloccata. Ecco perché appena entrati in quella stanza aveva agito cosi violentemente, si sentiva in pericolo. Nemmeno fossi stato un prete avrei però compiere io la benedizione vista l’impossibilità di entrare nella stanza a causa del buio. Cercai di lanciare schizzi di acqua santa nelle tenebre e queste tremavano e vibravano doloranti, ma nonostante tutto sentivo la creatura rigenerarsi dopo ogni schizzo, tutt’uno con l’ombra che l’aveva generata. Avrei potuto scappare, cambiare casa e cambiare vita. O rimanere la e murare la stanza. O più semplicemente chiudere la porta a chiave per sempre. Confinare “la cosa” li per il resto della mia vita. Ma non potevo. Non sapevo se l’effetto delle benedizioni sarebbe durato per sempre. Ma stavolta io ero in posizione di vantaggio sull’ombra. In quel momento era debole. Potevo distruggere. Potevo vendicare Claire. Potevo vendicare Paul. Potevo vendicare me stesso per la vita misera che ero stato costretto a vivere. Non c’era tempo da perdere dovevo pensare a un piano.

Non so bene cosa accadde nei giorni successivi. Di certo so che dopo tanti anni potevo essere come le persone normali. Di giorno lavoravo e pensavo ai miei piani di vendetta e di notte dormivo. A dire il vero dormicchiavo. Anni e anni di veglia notturna mi avevano creato una certa insonnia che si ostinava a non passare. Ma pazienza. Ero abituato a dormire poco. Inoltre ogni secondo di veglia era un secondo in più per elaborare il mio piano di vendetta.

Intanto i giorni passavano e ci avvinavamo all’equinozio di primavera. Fu in quei giorni di primo caldo che mi arrivò l’idea. Era folle ma poteva funzionare. Era semplice. Ora l’ombra non era più vaga ed effimera ma era locata in un posto solo. Potevo distruggerla. Per farlo però avrei dovuto distruggere interamente il mio appartamento. Sarebbe stato semplice. Avevo una vecchia ciabatta per le prese elettriche mezza rotta. Se in tutti e tre gli spazi veniva messa una presa nell’arco di dieci minuti o meno faceva una scintilla. Quella scintilla sarebbe stata la mia vittoria. Era facile. Avrei saturato il mio appartamento col gas, avrei attaccato la presa e me ne sarei andato. Nel giro di dieci minuti l’appartamento sarebbe esploso. Certo, probabilmente il palazzo sarebbe crollato ed esploso in parte, ma che importava? I suoi abitanti erano vittime per una causa superiore. Erano sacrifici per un bene nettamente superiore alle loro vite. La mia vita sarebbe tornata ad essere normale. L’ombra sarebbe stata sconfitta. Non era mia la colpa delle loro morti. Era dell’ombra. Ma sacrificandoli li avrei anche vendicati.

Decisi di agire pochi giorni dopo. Nei giorni precedenti avevo preso ferie dal lavoro e avevo risposto alle domande della polizia sulla sparizione di Paul. Temevo che ricordassero di avermi fatto delle domande anche per quella di Claire. Non volevo ulteriori seccature.
Il giorno stabilito mi svegliai, misi nello zaino lo stretto necessario ed una foto che ritraeva me e Claire in un momento di gioia durante una gita al lago in una bella giornata primaverile e mi preparai all’esecuzione del piano. Mi avvicinai alle bombole del gas e girai la manovella perché fosse aperta al massimo. Tappai rapidamente con degli stracci bagnati le fessure della porta di ingresso. Il gas non doveva aver modo di uscire. Guardai per l’ultima volta il mio appartamento, attaccai la ciabatta con le sue tre prese, la accesi e con calma me ne andai. Uscendo non incontrai nessuno. I miei sacrifici erano nelle loro case. Gli altri condomini erano tranquilli nelle loro case. Intenti nelle loro faccende quotidiane, totalmente ignari della loro fine cosi vicina. Per un istante provai un senso di pietà per loro. Vacillai avvinandomi al cancelletto che collegava il giardino alla strada. Il respiro si fece pesante e un groppo mi si formo in gola. Ma non mi fermai, a quel punto non potevo. Anzi non volevo. Anche se li avessi avvisati, in fondo, che cosa sarebbe cambiato? Nessuno mi avrebbe creduto. Come i miei genitori prima di loro. Come tutti gli altri. Solo Claire e Paul l’avevano fatto. La prima mi aveva donato l’amore e la voglia di vendicarmi dopo la sua scomparsa. Il secondo aveva bloccato l’ombra dandomi la possibilità di distruggerla. Si, erano le persone per me più importanti. Senza di loro avrei ancora paura del buio e sempre l’avrei avuto. Mi allontanavo con calma mentre aspettavo lo scoppio. Pian piano iniziai a ridere. Ridevo di gusto e felicità. Mi ero liberato di lei. Era una risata di liberazione, quasi isterica. Quando sentii l’esplosione mi girai ridendo a crepapelle. Non riuscivo a fermarmi ridevo fino alle lacrime. Avevo vinto io alla fine.

Dal diario del capitano Willis di Small Town 25 Marzo 2014

Un’altra giornata faticosa è giunta al termine. Oggi, poi, è stata molto agitata e piena. Abbiamo arrestato un pazzo. Un certo Alan Shade. Lo psicopatico ha fatto esplodere il suo appartamento col gas, facendo cosi crollare l’intero condominio in cui abitava. Trenta morti. Incredibile. Alla fine è venuto fuori che lui centrava anche con la scomparsa di Claire Brown e di Don Paul Ember, prete della vicina chiesa di San Patrizio. I deliri di Shade ci hanno portati al ritrovamento del cadavere di lei, in stato ormai di decomposizione, ben sepolto in un boschetto poco fuori dalla città, e di quello del prete, i cui resti sono stati trovati in una sacca nascosta in quella che era stata la cantina del palazzo. Abbiamo trovato il bastardo piegato dalle risate alla vista del condominio distrutto. Almeno ha confessato tutto, anche se a suo modo. Diceva di aver sconfitto un non ben definito essere. Lui lo chiama l’ombra. A suo dire questa specie di mostro ha ucciso la Brown e anche Don Paul Ember. Ovviamente nessuno sano di mente gli crederebbe, però c’è qualcosa che mi inquieta. Infatti il medico legale ci ha fatto notare un elemento ricorrente nelle due vittime, cioè tre grosse ferite, quasi solchi che attraversavano il petto. Erano ben visibili sia nel corpo della Brown che in quello che restava del prete. In anni e anni di carriera di ferite ne ho viste tante. Assassini bastardi che usano ogni arma da taglio per torturare le loro vittime. Ma una cosa così, lo giuro su Dio, non l’ho mai vista. Sono una persona razionale. Ma…cosa ha provocato quelle ferite sui corpi? Un animale? Se si però perché ci sono anche sul prete? Questa storia non ha senso, non so proprio cosa pensare. Perlomeno Shade ora è in cella di isolamento, mentre aspetta che si decida che fare di lui. Ma io sono ancora preoccupato, quei segni……

Diario di Alan Shade,quattro giorni dalla liberazione dall’ombra

Mi hanno arrestato, chiamato mostro e rinchiuso. Ma loro non sanno. Non capiscono. Non possono. Io ho vinto la mia battaglia. La prigione di Black Shadoo non è una gabbia da cui cercare di sfuggire, non per me. Da ormai una settimana dormo. La notte. E lo faccio di gusto. Quando mi alzo prego e ringrazio Dio per aver bloccato l’ombra in quella stanza e avermi permesso di distruggerla. Grazie Signore!

Diario di Alan Shade, 10 giorni dalla liberazione dalla prigionia dell’ombra.

Qualcosa non va. Nel buio. Mi pare di vedere, di sentire qualcosa. Forse sto diventando paranoico, dopo tutti questi anni di persecuzione costante non riesco più a rilassarmi…

Diario di Alan Shade giorni, settimane di libertà??

Continuo a sentire qualcosa. Anche quando vado in mensa, la sento negli angoli bui. Nessuno sembra vedere niente ne rendersi conto di qualcosa. No, dev’essere la paranoia, mi sta condizionando. Devo imparare a essere libero. A stare tranquillo.

Diario di Alan Shade

Non è la paranoia!

La vedo. In continuazione. Mi osserva. Se la ride. Ma io ho vinto, non lei! Ma si avvicina. Ogni giorno di più, da quasi un mese. A volte mi sembra di sentirla, di vederla. Ho cercato di avvisarli. Non mi hanno dato ascolto. L’ho vista nell’ombra nella biblioteca. Mi tengono in isolamento. Mi danno del pazzo. Mi chiamano serial killer ma non capiscono. Oddio. Lei si avvicina, ogni notte. Ogni notte di più.

E notte.

Di nuovo.

Le luci.

Le stanno per spegnere.

Related posts

Una Danza Nella Notte

adolphkash22

L’Amore conta

Sere

Viva.

elisa salvatori

Lascia un Commento